9 gennaio 2007

Via Poma: Residui di Dna maschile.


Dopo il caso del delitto dell’Olgiata,un altro caso clamoroso subisce una scossa col rinvenimento di nuove tracce su cui lavorare. Il caso è quello di Simonetta Cesaroni, la ragazza uccisa il 7 agosto del 1990 a Roma in via Poma. Sembra che i Ris siano riusciti ad individuare dei residui di Dna maschile sul reggiseno ed il corpetto che la ragazza indossava quando è stata uccisa. Cosa accadde quel 7 agosto?
Doveva essere quello il suo ultimo giorno di lavoro in quell’ufficio di via Poma, a Roma. Simonetta Cesaroni, nata il 5 novembre 1969 a Roma, viene rinvenuta cadavere martedì 7 agosto 1990 alle ore 23.20, in via Poma 2, scala B, appartamento n° 7, 3° piano, sede AIAG (Associazione Italiana Alberghi della Gioventù) era dipendente dello studio commerciale RELI Sas di Bizzocchi e Volponi.
Gli uffici dell’AIAG sono chiusi al pubblico. Simonetta è sola, come sempre. L’ultima azione di lei che conosciamo è una telefonata. Simonetta chiama la sua amica Daniela per chiederle un particolare sul suo lavoro al computer. Sono le 17.30. Da questo momento su Simonetta Cesaroni calano il buio ed il mistero. Il suo cadavere viene trovato in una pozza di sangue. Ha sopportato 29 colpi d’arma bianca, non un coltello, ma forse un tagliacarte che, però, non verrà mai rinvenuto. Sono ferite profonde circa 10 centimetri. Simonetta è stata colpita al cuore, alla giugulare, alla carotide, al petto ed al basso ventre, ma, con ogni probabilità, il colpo micidiale è stato un forte schiaffo o un pugno alla testa e non è escluso che la ragazza sia stata pugnalata quando era già morta, quasi a voler mettere in atto una messinscena, un depistaggio. Il corpo è seminudo, il riscontro autoptico rileva che non è stata violentata e che la sua morte è dovuta a un colpo potente ricevuto sulla testa. Le coltellate, questa la tesi più attendibile al momento, sono state inferte solo successivamente sul corpo inanimato e forse proprio per depistare gli inquirenti. L'assassino ha portato via, oltre alla sua borsa, anche i suoi pantaloni, gli slip e la maglietta. Indosso le è rimasta solo una canottiera di seta. Il reggiseno è arrotolato sul collo. Ai piedi ha ancora delle calze bianche. Le indagini, incerte e approssimative che, come le più elementari regole investigative vorrebbero, non congelano la scena del crimine, non riescono neppure a stabilire l’ora del decesso, ma ipotizzano che prima di essere assassinata la ragazza abbia lottato con il suo omicida, cercando di fuggire. Una volta a terra, sarebbe stata immobilizzata da due ginocchia molto forti che l'avrebbero costretta a restare prona sul pavimento: lo dimostrerebbero due evidenti ecchimosi all'altezza dei fianchi. Per il resto, la dinamica dell’omicidio resta misteriosa: la porta dell’appartamento non è stata forzata e la serratura viene trovata chiusa con quattro mandate: quindi il suo assassino aveva la chiave di quell’ufficio. Nessuno degli inquilini del grande condominio, sei palazzine, per un totale di mille stanze, ha sentito né grida, né rumori sospetti. Inoltre l'appartamento del delitto viene trovato quasi del tutto privo di tracce di sangue. Segno che l'assassino ha ripulito il luogo del delitto: alcuni stracci vengono ritrovati accuratamente sciacquati, strizzati e rimessi al loro posto.
E’ certo che il killer ha avuto tutto il tempo necessario: segno, questo, che sapeva che in quell’ufficio non sarebbe stato disturbato da nessuno. Un esempio? Le scarpe di Simonetta vengono trovate slacciate e ordinatamente risposte in un angolo. Nell’appartamento sono quindi pochi, e confusi, gli elementi che riconducono agli ultimi attimi di vita di Simonetta: sulla sua scrivania di lavoro viene trovato un foglietto con disegnato un pupazzetto e una scritta all’apparenza indecifrabile: «Ce dead ok». Secondo alcuni Ce starebbe per Cesaroni, «dead» in inglese significa morto, quindi: «Cesaroni morta ok»? Ma che significato ha un simile messaggio e scritto da chi, poiché la grafia sembrerebbe appartenere alla ragazza stessa? L’arcano di quello strano messaggio viene spiegato, qualche giorno dopo, dalla ditta Data General che aveva fornito il computer agli uffici di via Poma. Il foglietto con quella sigla, spiegano, si riferisce ad una delle fasi di impiego del PC. La scritta ce dead, appariva sullo schermo del computer per avvertire l'operatore che occorreva procedere con una chiave di accesso per andare avanti. Misterioso anche il ruolo che nella morte di Simonetta avrebbe proprio il computer su cui la ragazza stava lavorando. In un primo momento una società di informatica, incaricata dal magistrato che si occupa delle indagini, il PM Settembrino Nebbioso, di stabilire l’ora esatta in cui Simonetta avrebbe acceso il computer per cominciare a lavorare, stabilisce che lo stesso era stato acceso alle 16.37. L’ora è importante perché rende compatibili o meno con il delitto gli alibi di molti sospettati. Ma sei anni dopo, nel marzo del 1996, una nuova perizia sul computer scopre qualcosa di assolutamente elementare: il computer in dotazione all’AIAG non ha l’inserimento automatico dell’ora di accensione, ma quello manuale. In altre parole quell’ora, le 16.37 appunto, potrebbe essere stata inserita da chiunque, forse addirittura dai tecnici della società di informatica che ha svolto la prima perizia la quale, oltretutto, sembrerebbe avere legami con i servizi segreti civili, il SISDE. L’ombra dei servizi segreti, che fa da filo conduttore, comparirebbe anche nell’assetto societario della stessa AIAG che, nonostante le reiterate smentite dei suoi dirigenti, viene anch’essa sospettata di essere una struttura coperta dello stesso SISDE.
L'ipotesi investigativa, sulle prime, è che il portiere dello stabile, Pietrino Vanacore (nella foto)
abbia cercato, senza riuscirci, di violentare Simonetta e poi l'abbia uccisa. L'experimentum crucis scagiona il portiere. Le perizie ematiche si rivelano essere dello stesso Vanacore che soffre di emorroidi. Il Tribunale della libertà lo scarcera venti giorni dopo il suo arresto. Nel marzo del 1992 entra in scena uno strano personaggio: è Roland Voller, un tedesco che sembra sapere molte cose e che forse è soltanto un elemento di depistaggio. Commerciante, presunto informatore della polizia, sospettato di collusioni con i servizi segreti, Voller rivela particolari che portano il magistrato a spiccare un avviso di garanzia nei confronti di Federico Valle, nipote dell'architetto Cesare, inquilino del palazzo del delitto. Secondo il tedesco, il ragazzo, 21 anni nel 1990, avrebbe ucciso Simonetta dopo aver scoperto che la giovane aveva una relazione con suo padre. Oltretutto Federico Valle la sera del delitto sarebbe tornato a casa con un braccio sanguinante per una ferita. Valle sarebbe l'assassino e Vanacore il suo complice che pulisce l'appartamento dopo il delitto e si sbarazza degli indumenti di Simonetta. Ma, come proverà l’esame del DNA, il sangue di Federico Valle non corrisponde a quello trovato nell’appartamento. Si ipotizza, infine, che il suo sangue possa essersi mischiato a quello della Cesaroni: ma anche questa ipotesi non trova alcun riscontro scientifico. Su di un braccio di Federico viene notata una cicatrice, ma la stessa nulla ha a che fare con una ferita da arma da taglio. Il 16 giugno 1993, tre anni dopo il delitto Cesaroni, la magistratura dichiara l'impossibilità di procedere contro Valle e Vanacore e archivia le loro posizioni: contro di loro c’è un’assoluta mancanza di indizi. Il giudice Cappiello "serenamente" come scrive alla fine della sentenza dichiara l'improcedibilità specificando che non ritiene Valle e Vanacore innocenti, ma piuttosto rileva la mancanza assoluta di prove sui fatti loro addebitati. Una sconfitta per la Giustizia per il caso in sé; una Vittoria per i processi del futuro che dovranno essere compiuti col potenziamento della prova scientifica, sia nella testa degl'inquirenti che nei mezzi forniti dallo Stato per la scoperta certa dei delitti. Il 23 febbraio 1995, il procuratore aggiunto di Roma, Italo Ormanni, si lascia andare ad una previsione a dir poco avventata. Dice Ormanni ai giornalisti: «Abbiamo imboccato una strada che è quella giusta in due delle tre inchieste sugli omicidi di Simonetta Cesaroni, Antonella di Veroli e Alberica Filo della Torre. Quanto lunga sarà questa strada non lo sappiamo, ma speriamo di arrivare al traguardo». A questi tre delitti a tutt’oggi insoluti, per Ormanni se ne aggiungerà un quarto: il delitto della Sapienza, il caso Marta Russo.
Il delitto di via Poma rimane congelato fino al 1996, quando i genitori di Simonetta presentano un’istanza di riapertura delle indagini. La magistratura sembra voler ricominciare daccapo: vengono interrogati di nuovo tutti i vecchi personaggi dell’inchiesta, ma anche questo è un buco nell’acqua. Si torna a parlare del delitto di via Poma nell’ottobre del 2000 quando, a sorpresa, Claudio Cesaroni, padre di Simonetta, chiede l’archiviazione dell'inchiesta giudiziaria sull'omicidio di sua figlia e invita il ministro della Giustizia dell’epoca, Piero Fassino, ad ordinare un'ispezione amministrativa «perché in tutto il procedimento ci sono stati errori, omissioni e depistaggi che devono essere scoperti e chiariti». Cesaroni è convinto che le indagini abbiano puntato a coprire le responsabilità di qualcuno e si dice «sfiduciato per la mancanza di volontà da parte della magistratura e della polizia di trovare l'assassino, che è rimasto così ancora sconosciuto e libero di circolare».
Secondo il papà di Simonetta «l'indagine amministrativa - si legge nella lettera inviata al ministro - dovrebbe anche chiarire perché non siano stati fatti esami del DNA su alcune persone». Il delitto di via Poma attualmente è un caso insoluto e l’assassino è ancora tra noi.

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