20 febbraio 2015

UNA MORTE UTILE

Bruciati vivi o con la gola tagliata? Una breve analisi del sociologo, sulle diverse metodologie di esecuzione utilizzate dai terroristi dell’ISIS e dell’impatto sulle dinamiche politiche.

 Muadh al Kasasbeh, il pilota giordano che bombardava con il suo F16 di fabbricazione americana le postazioni dell'ISIS, era un soldato. I suoi aguzzini, combattenti per la Ummah erano jihadisti. Entrambi combattono, tuttavia: un soldato ubbidisce agli ordini, un jahidista ubbidisce a Dio. A volte i soldati sono considerati jihadisti, quando liberano un territorio da forze non islamiche, ma non era il caso di Muadh che rispettava degli ordini dati dal suo superiore, la religione c'entrava poco. L'aereo F16 è stato colpito da un missile terra aria dell'ISIS (che non si trovano proprio al supermercato e sarebbe curioso sapere dove lo hanno comprato) ed un pilota militare giordano, musulmano, è divenuto prigioniero dei jaihidisti, musulmani, dell'ISIS. Se i video su you tube ci hanno abituato alla facilità con cui i miliziani dello Stato Islamico uccidono gli ostaggi, poco ci si preoccupa di come vengono, invece, trattati i musulmani.
Spesso vengono uccisi sbrigativamente con un colpo di pistola alla testa, in una maniera a cui gli occidentali sono abituati perchè è un metodo anche da loro usato in passato e che si usa ancora oggi (anche se non si dice), lo chiamano "colpo di grazia", come se fosse un favore da fare ad uno che deve morire. Una volta catturato il pilota, i jihadisti dell'ISIS hanno tentato una negoziazione con il governo Giordano. Uno scambio di prigionieri anche vantaggioso, l'irachena Sajda al-Rishawi, aspirante shaida irachena, in cambio di un giornalista giapponese Kenji Goto e di Muadh al Kasasbeh. Una donna in cambio di due uomini, un grande affare se visto con gli occhi degli integralisti combattenti. L'affare diventa come quel pallone che sembra avviarsi sotto l'incrocio dei pali che però poi fa gridare al commentatore tv nel pieno del parossismo calcistico: "non và!".
Quello che succede durante le trattative non è importante, si vocifera di un blitz fallito, di contrasti nel governo Giordano e contrasti all'interno della coalizione anti-ISIS ma è importante quanto gli eventi successivi al fallimento, sono stati prodromici ai cambiamenti dei rapporti tra l'ISIS e i musulmani e tra questi e l'Occidente. Giova ricordare che difficilmente dei Jihadisti, o Mujahidin come venivano chiamati all'epoca, hanno ucciso altri soldati musulmani prigionieri. In Afghanistan, ai soldati fedeli al governo alleato con l'URSS veniva proposto di entrare a far parte dei Mujahidin o di essere portati in un campo profughi in Pakistan, non li uccidevano come carne da macello. Essere sgozzati invece è la sorte degli occidentali, miscredenti (oltre ad essere nemici) per definizione, a loro è riservato il trattamento "halal". Essere uccisi in questo modo è una pratica oggettivamente terroristica, per quanta paura provoca nell'opinione pubblica.
Chi si dovesse immedesimare quasi sviene dall'immaginare la sensazione della lama che taglia la pelle e con essa muscoli e arteria, da cui, con il ritmo dei battiti cardiaci, zampilla il sangue e con esso la vita. Di li a poco il cervello si spegne ma non prima di aver sentito le grida che fanno gorgogliare il sangue. Il lavoro finisce con la completa decollazione. Qui in Occidente prima di scannarli, gli animali vengono storditi, neanche se ne accorgono di quanto gli succede, eppure vedere un vitello scannato fa un certo effetto anche per chi non è vegano. Coloro che vengono esecutati dai jihaidisti non hanno neanche il conforto dello stordimento, muoiono come gli animali macellati in maniera tradizionale, halal appunto. Ma se per gli occidentali questo è il sistema con il quale vengono condannati a morte, per un musulmano non può essere la stessa cosa. Questo devono aver pensato i jihadisti ed infatti, hanno dato a Muadh un anticipo di Jahannam, l'inferno musulmano, dove "... chi si oppone ad Allah e al Suo Messaggero, avrà come dimora eterna il fuoco dell'Inferno" (Corano IX, 63 - Sura del Pentimento e della Disapprovazione).
Questo è, verosimilmente, il motivo per il quale il pilota giordano viene arso vivo e non giustiziato in altra maniera. Una punizione "religiosa" oltre che terrorizzante, in linea con almeno una fatwa conosciuta (fatwa numero 71480, pubblicata il 7 febbraio 2006, dal titolo titolo “Il rogo di Ias bin Abdul Yalil, da Abu Bakr . Fonte: Il fatto quotidiano del 12.02.2015), che diventa un monito per tutti i musulmani che combattono contro l'ISIS il quale, evidentemente, si percepisce come l'unico governo voluto da Dio. Perchè quei Musulmani che non combattono insieme all'ISIS, vengono indicati dai jihadisti come quelli che non si vollero preparare insieme al Profeta prima di una possibile invasione dei Bizantini: "Coloro che sono rimasti indietro, felici di restare nelle loro case, [opponendosi così] al Messaggero di Allah e disdegnando la lotta per la causa di Allah con i loro beni e le loro vite, dicono: “Non andate in missione con questo caldo!”.
Di': “Il fuoco dell'Inferno è ancora più caldo”. Se solo comprendessero!" (Corano IX, 81, Sura del Pentimento e della Disapprovazione). Il vero Musulmano dovrebbe, secondo gli jihadisti, combattere al fianco dello Stato Islamico: "O voi che credete! Perché quando vi si dice: “Lanciatevi [in campo] per la causa di Allah”, siete [come] inchiodati alla terra? La vita terrena vi attira di più di quella ultima? Di fronte all'altra vita, il godimento di quella terrena è ben poca cosa" (Corano IX, 37, Sura del Pentimento e della Disapprovazione). Il pilota giordano riceve la punizione che merita, secondo i suoi aguzzini, che mandano un avviso a tutti quei musulmani che non sono loro alleati: o con noi, veri sostenitori dell'Islam, o nelle fiamme del Jahannam. C'è però il rovescio della medaglia, innanzi tutto a nessuno, tranne ad Allah, spetta il diritto di inviare anime a bruciare all'inferno e soprattutto, hanno violato un principio base dell'Islam, non si uccide un altro devoto musulmano e Muadh, come sostenuto da parenti ed amici, era devoto.
Per questo le foto fatte circolare su internet lo ritraevano anche durante l'Hajj (il viaggio alla Mecca, uno dei pilastri dell'Islam). Uccidere un altro musulmano prigioniero non è cosa semplice dal punto di vista religioso, infatti, secondo il Corano, chi lo dovesse fare (volontariamente) andrà all'inferno per l'eternità (Corano IV, 93 - Sura delle Donne:. "Chi uccide intenzionalmente un credente, avrà il compenso dell'Inferno, dove rimarrà in perpetuo. Su di lui la collera e la maledizione di Allah e gli sarà preparato atroce castigo"), anche se i musulmani, al contrario dei cristiani, prevedono che l'inferno, per loro, avrà un tempo determinato e poi comunque conquisteranno il paradiso. Note teologiche a parte, che nell'Islam sono assolutamente suscettibili di varie diverse interpretazioni, l'uccisione di Muadh ha compattato una parte più consistente di musulmani contro l'ISIS.  Soprattutto quelli della classe dominante, i quali non avrebbero vita semplice in uno Stato Islamico che gli vieterebbe tutti gli sfizi che si prendono in giro per il mondo. Inoltre, ha dato anche la possibilità al Re Abdullah II di Giordania di farsi vedere in mimetica (in cui è inutile dirlo sta piuttosto bene ed ha catalizzato l'interesse femminile, facendo, finalmente, il pari con i complimenti planetari per la sua bellissima moglie Rania) ottenendo un apprezzamento universale e candidandosi come futuro leader per i musulmani che si vogliono inspirare a qualcuno. La visione di un "Re condottiero" è stata talmente apprezzata che anche gli occidentali iniziano a compararla con l'inettitudine dei propri premier. E' emblematico come l'uccisione di Muadh sia uno spartiacque, infatti, non solo più di qualche finanziatore dei paesi del Golfo si è ritirato rispetto allo Stato Islamico ma le forze armate giordane hanno dato notizia che in 3 giorni, dopo 56 missioni, hanno distrutto del 20% le capacità militari dell'ISIS. Due sono le cose: o i giordani sono dei gran bugiardi, o avevano informazioni che non condividevano con la coalizione guidata dagli USA e la loro partecipazione, prima della morte del loro pilota, era piuttosto "tiepida". Alla fine, la morte del pilota giordano è stato un boomerang per l'ISIS, che a onor del vero non aveva richiesto molto per il suo rilascio, e, un evento molto fortunato per i governi musulmani amici dell'occidente, giordani in testa. Come direbbe il re dei complottisti: "solo una coincidenza?". Probabilmente sì, ma gestita nel miglior modo possibile.
 ( Leandro Abeille    )

                     

14 febbraio 2015

Via Prati di Papa , 14 febbraio 1987

Alle 8.50 del 14 febbraio 1987, una pattuglia del Reparto volanti di Roma precisamente la Volante 47 che scortava un furgone postale, tamponò il mezzo che la precedeva e al quale la strada era stata tagliata da una vettura, poi risultata rubata. Sulla strada di via Prati di Papa, stretta e in salita, comparve all'improvviso un commando composto da cinque persone, che sparò a raffica contro la volante con pistole, fucili e mitra. I tre componenti la pattuglia, Rolando Lanari, Giuseppe Scravaglieri e l'autista Pasquale Parente, furono raggiunti da oltre cinquanta proiettili. Solo Parente riuscì a salvarsi. I componenti del commando, dopo essersi impadroniti di un ingente bottino (un miliardo e mezzo di lire), si allontanarono a bordo di auto che abbandonarono poco lontano per dileguarsi attraversando l'ospedale S. Camillo. L'agguato fu rivendicato dalle Brigate rosse per la costruzione del Partito comunista combattente (Br-Pcc).
 I processi accerteranno che l'omicidio era stato organizzato e compiuto da esponenti del gruppo terroristico che lo aveva rivendicato.Per questa rapina il 25 maggio 2004 la corte di cassazione ha reso definitiva la condanna all'ergastolo inflitta il 24 settembre 2002 dalla Corte d'Assise d'Appello di Roma ai brigatisti Fabio Ravalli, Maraia Cappello, Vincenza Vaccaro, Franco Grilli, Stefano Minguzzi e Tiziana Cherubini

5 febbraio 2015

“Ettore Majorana vivo tra il ’55 e il ’59, si trovava in Venezuela”

Resterà per sempre un giallo la scomparsa di Ettore Majorana, il fisico catanese nato nel 1906 e sparito nel nulla la sera del 27 marzo del 1938 in occasione di un viaggio sul piroscafo che da Palermo lo avrebbe portato a Napoli. Ma la procura di Roma, che ha archiviato un’inchiesta riaperta nel 2008 dopo una puntata di `Chi l’ha visto?´, è convinta di aver acquisito un punto fermo: lo scienziato si trasferì all’estero, «permanendo in Venezuela, almeno, nel periodo tra il 1955 e il 1959». Un trasferimento che il procuratore aggiunto Piefilippo Laviani definisce «volontario» essendo stati acquisiti, nel corso degli accertamenti, elementi «per poter escludere la sussistenza di condotte delittuose o autolesive contro la vita o contro la libertà di determinazione e movimento di Majorana». Che cosa abbia fatto il fisico siciliano nel Paese sudamericano ifficilmente si saprà, «stante l’inerzia degli organi diplomatici venezuelani richiesti di notizie, seppure fuori dall’ambito di rogatoria giudiziaria».
 A determinare la riapertura delle indagini fu la testimonianza di Francesco Fasani, un meccanico (deceduto pochi anni fa) che al programma di Rai3 e poi agli inquirenti affermò di aver conosciuto a Valencia nel 1955 Majorana (che si faceva chiamare signor Bini), epoca in cui era giunto in Venezuela come emigrato. Fasani precisava di aver appreso la vera identità solo in un secondo momento allorché un certo signor Carlo, mai individuato dalle indagini ma indicato da Fasani come un rappresentante di spicco della comunità italiana a Valencia, gli disse un giorno che la persona che lo stesso Fasani gli indicava da una finestra, ferma in strada ad attenderlo, non si chiamava affatto Bini ma in realtà era lo scienziato italiano Majorana. Nel corso delle sue audizioni, si legge nel provvedimento di archiviazione, Fasani «ebbe a descrivere Bini-Maiorana come un uomo di mezza età, con cui non entrò mai in intimità stante una esasperata riservatezza, continuandolo a chiamarlo sempre `signor Bini´ e senza mai apprenderne il nome di battesimo, frequentazione caratterizzata dal fatto che Fasani lo accompagnava spesso nell’autovettura in possesso di Bini, una StudeBaker di colore giallo».
 Il teste riferì che Majorana, che era solito evitare frequentazioni assidue e che non gradiva contatti con immigrati italiani, avrebbe anche convissuto con una donna (mai vista né conosciuta da Fasani) a San Raphael, paesino che si trovava sulla strada che collegava la città di Valencia a quella di Maracai, a sud del lago Valencia. Nel periodo di questa frequentazione, Fasani si dedicava a ripulire l’auto di Majorana e a tenergliela in ordine perché spesso era «ingombra di appunti e di carte», aggiungendo agli inquirenti che Bini-Majorana «rifiutava di farsi fotografare» tranne in un caso: quando, in cambio di un prestito di denaro di cui lo scienziato «necessitava urgentemente», Fasani chiese e ottenne di fare una foto insieme. Per la procura, la circostanza che tale fotografia fu scattata sui gradini di uno sportello di cambio ha dato valore a questa affermazione. Questa stessa foto, che poi Fasani spedì ai suoi parenti italiani come cartolina di saluto con dietro l’indicazione Bini-Maiorana e la data 12 giugno 1955 Valencia, Venezuela, è stata esaminata dai Ris dei Carabinieri per la comparazione dei dati fisiognomici di Bini-Maiorana con quelli appartenenti al suo nucleo familiare e, in particolare, con l’immagine del padre dello scienziato, Fabio Maiorana, quando aveva la stessa età del figlio (cioè 50 anni). E, fa sapere Laviani, «i risultati ottenuti dalla comparazione hanno portato alla perfetta sovrapponibilità delle immagini di Fabio Majorana e di Bini-Majorana, addirittura nei singoli particolari anatomici quali la fronte, il naso, gli zigomi, il mento e le orecchie, queste ultime anche nella inclinazione rispetto al cranio». Altro dettaglio decisivo ai fini delle indagini, poi, è una cartolina, risalente al 1920, a firma di Quirino Majorana, zio di Ettore, che Fasani prese dall’auto del signor Bini: quella cartolina fu poi regalata al fratello Claudio Fasani che agli inquirenti ha consegnato la riproduzione fotostatica della stessa, effettivamente firmata dallo zio di Ettore con data del 24 settembre 1920.

4 febbraio 2015

Isis. La Giordania vendica il pilota, giustiziata terrorista al-Rishawi

E' stata giustiziata all'alba, ad Amman, Sajida al-Rishawi, la donna irachena condannata per gli attentati del 2005 nella capitale giordana. Lo ha detto un portavoce del governo, che aveva tentato di trattare il suo rilascio in cambio della liberazione del pilota barbaramente ucciso dall'Isis. Giustiziato anche un altro prigioniero, Ziad al-Karbouli.
Il portavoce del governo giordano Mohammed al-Momani ha confermato che i due prigionieri giustiziati sono Sajida al-Rishawi e Ziad al-Karbouly. La donna, condannata a morte per il suo ruolo negli attentati del 2005 ad Amman in cui morirono 60 persone, era stata oggetto di una trattativa tra il governo giordano e i miliziani dello Stato Islamico, volta alla liberazione del pilota Muath al-Kaseasbeh. I negoziati si erano poi interrotti, in mancanza di prove che il pilota fosse ancora vivo. Ieri, la diffusione del drammatico video della sua uccisione, avvenuta il 3 gennaio scorso. Al-Karbouly, anche lui combattente di al Qaeda, era nel braccio della morte dal 2008 per aver pianificano attacchi terroristici contro cittadini giordani in Iraq. L'uccisione del pilota ha suscitato un forte sdegno in Giordania e l'unanime condanna da parte della comunità internazionale, inclusi le Nazioni Unite e il presidente degli Stati Uniti Barack Obama. Al-Kaseasbeh era caduto nelle mani dei militanti dell'Isis nel dicembre scorso, quando il suo F-16 cadde vicino a Raqqa, in Siria, capitale di fatto del Califfato. Fino ad oggi è l'unico pilota della coalizione ad essere stato catturato dall'Isis. L'Isis brucia vivo il pilota giordano in ostaggio diffondendo un nuovo video dell'orrore. E il governo di Amman annuncia di avere giustiziato la terrorista. Un nuovo filmato dell'orrore e una taglia su altri cinquanta soldati giordani della Coalizione, definiti "crociati ricercati". Il video dell'Isis mostra il pilota giordano ostaggio dei jihadisti bruciato vivo. Pronta, in queste ore di choc, la risposta del governo giordano: giustiziata la terrorista irachena Sajida Rishawi, che era inserita nel tentato scambio di prigionieri tra Giordania e Isis. Le immagini mostrano l'ostaggio, il tenente Moaz al-Kassasbeh, vestito di arancione e con un ematoma sotto l'occhio destro mentre pronuncia alcune frasi, ripreso in primo piano con alle spalle uno sfondo nero su cui compaiono alcune bandiere dei Paesi della coalizione anti-Isis (tra cui Canada, Francia, Usa, Regno Unito, Emirati arabi e Giordania). In una seconda sequenza si vede poi il pilota giordano in piedi davanti a un gruppo di miliziani armati schierati col volto scoperto e in tuta mimetica. Nell'ultima sequenza si vede l'ostaggio in una gabbia col fuoco che avanza e lo circonda fino a bruciarlo vivo. Poi il cadavere è stato sepolto da un bulldozer sotto le macerie. Poco prima, nello stesso filmato, aveva mostrato i corpi carbonizzati di vittime di bombardamenti aerei della Coalizione. La Giordania ha fatto sapere che il pilota sarebbe stato ucciso il 3 gennaio, da qui il rifiuto dell'Isis di fornire la prova che fosse vivo.
Lo Stato islamico (Isis) ha posto una taglia su oltre 50 piloti giordani che, secondo i jihadisti, partecipano ai raid della Coalizione internazionale anti-Isis, pubblicando, nel video che ritrae la macabra uccisione del tenente Muaz Kassasbe, la lista dettagliata delle loro generalità, dei gradi militari e delle località da cui vengono. "Ricercato. Pilota crociato", è il titolo di ciascuna scheda, con la foto del pilota e i suoi dati anagrafici in arabo e inglese. Lo scorso 2 gennaio, la tv iraniana al Mayadin aveva annunciato la morte di Kassasbe ma la notizia non aveva trovato conferma. L'emittente che trasmette da Beirut aveva anche riferito di un tentato blitz, fallito, da parte della Coalizione, per liberare il 26enne tenente giordano. Pochi giorni prima, il 30 dicembre, sei giorni dopo la sua cattura, la rivista dell'Isis, Dabiq, era uscita con un'intervista proprio a Kassasbe nel quale il pilota appariva in un paio di foto assai simili a come viene ripreso nel video diffuso oggi. In questi fotogrammi il pilota mostra un ematoma sotto l'occhio destro. E anche nelle drammatiche sequenze video della sua uccisione l'ematoma è presente. Un dettaglio che sembra confermare il fatto che Kassasbe sia stato ucciso pochi giorni dopo la sua cattura e non nei giorni scorsi.
"Guardate come muore un infedele", è il titolo di messaggi apparsi su Twitter da account che si identificano con l'Isis. "Finalmente giustizia è fatta", scrive un utente che si fa chiamare, in arabo, il cavaliere dell'Islam. "Ecco cosa capita ai malvagi crociati", è il ritornello di altri internauti. In alcuni casi, accanto ai fotogrammi del video dell'Isis si mostrano immagini di bambini carbonizzati e intrappolati sotto le macerie, con riferimento alle "vittime dei raid dei crociati", indicando così la Coalizione anti-jihadisti. (Ansa)

1 febbraio 2015

Sergio Mattarella e l' uranio impoverito, da ministro non negò. Lo dicono i verbali

La frecciata a Sergio Mattarella sull’uranio impoverito, lanciata dal Blog di Beppe Grillo non  trova riscontri nelle dichiarazioni pubbliche dell’allora ministro della Difesa. Nel post di Lorenzo Sani, inviato del Resto del Carlino, si sostiene che nel 2000-2001 Mattarella negava con ostinazione sia l’uso di munizioni all’uranio impoverito da parte della Nato in Bosnia e Kosovo che il possibile legame tra l’uso massiccio di questi proiettili e l’insorgere di leucemie e linfomi tra i militari italiani che erano stati in missione nei Balcani. Ma già il 21 dicembre 2001, nel corso di un’audizione del ministro alla commissione Difesa della Camera “sulle conseguenze dell’impiego in Kosovo di munizioni all’uranio impoverito” Mattarella dichiarava: “Sono in grado di comunicare alla Camera, tramite questa Commissione, che è pervenuta oggi la risposta da parte dell’Alleanza atlantica: in tre tornate, rispettivamente il 5 agosto 1994, il 22 settembre 1994 e nel periodo fra il 29 agosto e il 14 settembre 1995, nelle operazioni effettuate dagli aerei A-10 sono stati utilizzati in attacchi alle forze serbo-bosniache circa 10.800 proiettili all’uranio impoverito, a tutela della zona di esclusione attorno a Sarajevo stabilita dall’Onu, in un raggio di 20 chilometri dalla città. (…) In Kosovo si è fatto, come è noto, un uso consistente dei proiettili ad uranio impoverito. La Nato ha comunicato nel maggio 1999 di averne fatto uso. Nell’ottobre 1999 l’Onu ha fatto richiesta di conoscere i siti bombardati, che sono stati comunicati il 7 febbraio 2000“.Per quanto riguarda poi il nesso uranio-patologie, l’allora ministro Mattarella, intervenendo nell’aula del Senato,  precisamente  il 10 gennaio 2001   – cioè 17 giorni prima dell' episodio riportato da Siani– pur sottolineando come questa relazione causale non fosse ancora stata scientificamente dimostrata, dichiarava di voler fare assoluta chiarezza sulla vicenda con l’istituzione della Commissione Mandelli. “Ad oggi, sulla base delle informazioni disponibili, sono stati segnalati 30 casi; di questi, tuttavia, 21 sono quelli relativi a militari che hanno prestato effettivo servizio in Bosnia o in Kosovo, 7 di questi 21 riguardano persone decedute. Tra questi 21 casi si registra una netta prevalenza numerica di personale che ha operato in Bosnia. (…) Per fare chiarezza su questo numero di patologie leucemiche, tumorali tra i militari ho istituito, come è noto, il 22 dicembre scorso, una Commissione d’indagine medico-scientifica per accertare tutti gli aspetti della questione. (…) Essa dovrà stabilire se si tratti di episodi singoli, non correlabili fra di loro o, viceversa, se possa esistere una causa unica e, in questo caso, se tale causa possa essere l’uranio impoverito o se l’insorgere di queste patologie sia dovuto ad altri motivi. (…) Noi vogliamo fare chiarezza; lo dobbiamo innanzitutto ai nostri militari e alle loro famiglie; lo dobbiamo a tutti gli italiani”.

31 gennaio 2015

Luigi Chiatti Il "mostro" di Foligno: torna in libertà

Ha ucciso due bambini. Fu soprannominato "il mostro di Foligno" il suo nome, Luigi Chiatti, è diventato l'incubo di tutti i genitori. Il mostro di Foligno sarà libero tra pochi mesi. Dopo 21 anni dall'uccisione di, Simone Allegretti di 5 anni e Lorenzo Paolucci di 12 anni, il 3 settembre Luigi Chiatti, a 46 anni, uscirà dal carcere. Il serial killer che rapiva e seviziava i ragazzini della cittadina umbra, nel 1994 era stato condannato a due ergastoli in primo grado, ma in appello aveva ottenuto uno sconto di pena a 30 anni di reclusione per seminfermità mentale. Ma ha accumulato una serie di benefici che lo hanno portato alla scarcerazione: nel 2006 il beneficio dell'indulto (tre anni) e ora gli altri i sconti della legge Gozzini (sei anni), che lo faranno uscire a settembre. Il giudice del tribunale di Sorveglianza di Firenze, Antonietta Fiorillo, dovrà emettere un parere sulla pericolosità sociale di Luigi Chiatti, ma anche dovesse ritenerlo una minaccia non potrebbe disporre il ricovero in ospedale psichiatrico giudiziario, perché queste strutture ad aprile saranno definitivamente abolite.

30 gennaio 2015


E' morta a Roma all'età di 52 anni Dacia Valent, ex europarlamentare di sinistra, diventata famosa nel 1989 per aver denunciato un' aggressione a sfondo razziale sull'autostrada Catania-Palermo accusando i suoi due colleghi poliziotti di non essere intervenuti per difenderla. In quello stesso anno il Pci dell'allora segretario Occhetto la candidò alle elezioni europee, vinse il seggio con 76 mila preferenze. Restò parlamentare, la prima di colore nello Stato italiano, fino al luglio 1994, passando poi a Rifondazione Comunista. La notizia della sua scomparsa è apparsa sul Messaggero Veneto perchè la sua famiglia d'origine è ancora residente a Udine.
Nata a Mogadiscio nel 1962, figlia di una principessa somala e di un diplomatico friulano, Dacia Valent fu segnata dalla morte del fratello di 16 anni, nel 1985, ucciso a coltellate da compagni di scuola perché "negro". Da allora divenne la prima donna simbolo dei diritti per gli immigrati, ma la sua vita non è stata costellata di successi. Dopo l'esperienza in polizia e gli incarichi politici, per la Valent cominciarono anni più turbolenti e di sbandamento fino al carcere, nel 1995, con l'accusa di aver tentato di uccidere il convivente che la picchiava, raccontando anche di essere inseguita da lui nei corridoi dell'europarlamento e una volta di essere stata salvata dalle botte da un presidente della Repubblica francese.
Più di recente, sul fronte dell'attivismo politico a favore dei nord-africani, ebbe anche un avviso di garanzia per l'occupazione di un vecchio albergo romano da parte di un gruppo di immigrati somali. Infine, abbandonò il cristianesimo e si convertì all' Islam fondando anche una sedicente Islamic Anti-Defamation League dalla quale spesso si lasciava andare a insulti e, talvolta, a vere e proprie diffamazioni anche attraverso un suo blog. Ad esempio, lanciava i suoi strali contro l'ex deputata del Pdl, la marocchina Souad Sbai che, anni fa, raccontava all'Adnkronos che "qualsiasi cosa io dicessi contro l'estremismo islamico e il radicalismo, lei mi minacciava e insultava la mia famiglia. Un incubo. Dopo quegli attacchi ho subito tante minacce dalla galassia del radicalismo islamico". 
Così, dopo una prima vita che l'aveva portata nel Parlamento europeo in quota Pci all'insegna dell'anti-razzismo e la difesa dei più deboli, Dacia Valent si scoprì con una nuova e aggressiva identità di islamica non moderata. E nel proprio blog iniziò a coprire di contumelie anche chiunque osasse criticare gli associati dell'Ucoii, l'Unione delle comunità islamiche d'Italia.
Famigerata l'invettiva della Valent intitolata "Le troie italiane, bianche e cristiane costano - per gli arabi - 50 euro a serata", scritta all'epoca delle prime rivelazioni sulle notti di Arcore e dintorni, e anche, risalente al 1º ottobre 2008, una pesante contumelia contro il paese nel quale viveva, "Italiani bastardi, Italiani di merda".
A causare la morte della Valent sarebbe stato un attacco cardiaco che l'ha colta mentre era ricoverata in ospedale per un altro motivo.  Suo fratello, Roberto - specifica Il Gazzettino - è funzionario delle Nazioni Unite a El Salvador, e ricorda della sorella l'impegno politico, le battaglie per i diritti civili, economici e politici, al fianco degli indifesi. Dacia Valent lascia due figli di 27 e 33 anni e sarà sepolta a Udine.