16 novembre 2015

Su Charlie Hebdo piomba il segreto. Militare.

I giudici non potranno indagare: il ministro degli interni francese, Cazeneuve, ha bloccato ogni ulteriore inchiesta sull’eccidio compiuto da Amedy Coulibaly, il 32enne nero che s’era asserragliato nel piccolo supermercato Hyper Casher di Porte de Vincennes, uccidendo cinque clienti e finendo crivellato dai colpi dei corpi speciali. Facendo valere – si noti – il segreto militare. Certamente ricordate. Era il 9 gennaio 2015; il 7, due terroristi, urlando Allahu Akbar!, avevano trucidato praticamente l’intera redazione del settimanale satirico Charlie Hebdo. Avevano da freddi professionisti: poi però nella Citroen che avevano abbandonato nel XIX arrondissement scappando su un’altra vettura, uno dei due aveva dimenticato la carta d’identità; era il documento di Said Kouachi, il che aveva permesso di identificare senza alcun dubbio gli autori della strage con i fratelli Kouachi, Said e Chérif, già noti alla polizia come estremisti islamici. Mentre i due erano in fuga, Coulibaly si asserragliò deliberatamente nel supermercato kosher; perbacco, un attentato antisemita in piena Parigi! Tutte le tv del mondo si concentrarono davanti alle vetrine, e ripresero la tragica e spettacolare scena dell’uccisione di Coulibaly, cosa che per qualche ora fece dimenticare la fuga dei due fratelli Kouachi. Nessuno ha visto la loro morte, che ufficialmente è avvenuta dopo una sparatoria con gli agenti a Dammartin en Goele, a una settantina di chilometri dalla capitale, il 9, alla stessa ora del tardo pomeriggio in cui è stato ucciso, davanti alle tv, Coulibaly a Parigi. E’ stato lo stesso Hollande ad ordinare che le due irruzioni avvenissero in contemporanea; dell’uccisione dei fratelli Koauchi è stato diffuso un video che mostra un bagliore nel buio: a gennaio, le cinque di sera è già notte. Ma torniamo a Coulibaly, il cui cadavere rimase per ore sul marciapiede. Era entrato in quell’Hyper Cocher armato di un mitra Skorpion, un fucile d’assalto vz 58 (simile al Kalashnikov), due pistole Tokarev. Tutte armi di provenienza cecoslovacca. Armi da guerra, che in Francia non sono ovviamente in libera vendita. Dove se l’era procurate Amedy? Era questa la domanda a cui stavano cercando risposte i giudici istruttori del tribunale di grande istanza di Lilla: ed è sulla loro inchiesta che è calata la mannaia del segreto. Per ingiunzione del ministro dell’interno. Si cessi ogni ricerca: sécret défense.
Perché è segreto “militare”? Perché i giudici erano troppo vicini alle verità nascoste dietro la tragedia di Charlie Hebdo, e al suo fondo che resta inspiegato. In breve – come già aveva rivelato a suo tempo il giornale di Calais La Voix du Nord sulla base di indiscrezioni degli inquirenti, quelle armi erano state fornite da “una rete costituita da forze dello Stato” che le comprava, attraverso intermediari pregiudicati ma collaborativi, per spedirle ai ribelli jihadisti in Siria. Forze dello Stato? Per la precisione, secondo il sito alternativo Mediapart, “poliziotti di Lilla e uno dei loro informatori sono al centro del traffico d’armi con cui è stato armato Coulibaly…la loro posizione è abbastanza delicata da indurli a trincerarsi dietro il “sècret défense””; il ministro Cazeneuve ha tolto quei suoi agenti dai guai, avallando la loro difesa : sì, ciò che hanno fatto è segreto. Militare. Praticamente,è ammissione che lo Stato è coinvolto nella selezione e nell’armamento di giovani francesi d’origine islamica da impiegare in Siria come terroristi. Si può indovinare che i fratelli Kouachi, e quasi certamente anche Coulibaly, erano stati arruolati di Parigi per andare in Siria. Come e perché siano stati invece dirottati,  con quelle armi, a compiere la doppia strage di Parigi, è un mistero forse troppo profondo. Quel che hanno scoperto i giudici istruttori di Lille è però abbastanza. Pochi giorni dopo la strage, il 20 gennaio, “i dirigenti della Brigata penale della sotto-direzione anti-terrorismo” (SDAT; una specie di Digos), portano ai giudici la relazione tecnica sulle armi del delitto. Ma tacciono un fatto preciso: la loro provenienza. Eppure già dal 16 Europol aveva fornito allo SDAT le informazioni in suo possesso: le armi “sono state acquistate dall’azienda slovacca AGF Security da una ditta di Lille che fa’ capo a Claude Hermant”. La ditta slovacca vende sul web armi da guerra decommissionate; Hermant è un confidente della polizia, mezzo agente e mezzo spia, di idee neofasciste. E non ha comprato solo le armi da fuoco usate da Coulibaly: dalla AGF ha acquistato 2oo pezzi “poi rivenduti”, e anche (ritengono i giudici) altre novanta fra pistole e mitragliatori d’assalto attraverso un intermediario belga di Charleroi. E’ evidente che queste armi da guerra non hanno potuto essere importate in Francia senza l’assenso delle cosiddette autorità di pubblica sicurezza. In specie, con la complicità dello SDAT. Quanto al contatto belga di Hermant, è risultato essere (anche lui) un detective di Charleroi; interrogato, ha detto che “Hermant era il mio cliente principale”, che “mi comprava il 95 per cento delle armi demilitarizzate provenienti dalla ditta slovacca AFG – decine e decine. Che cosa ne facesse in seguito, non lo so”. La difesa di Hermant ha rigettato questa versione: le transazioni saranno state “al massimo quattro-sei”. Qualcuna delle armi comprate da Hermant sono state usate per altri misteriosi delitti commessi lo stesso giorno della strage di Charlie Hebdo: una poliziotta uccisa a Montreux , e il tentativo di omicidio di un jogger” a Fontenay-aux-Roses. Entrambi i delitti sono stati dalla polizia attribuiti a Coulibaly, che ormai defunto non poteva smentirli. Ma il “jogger”, sopravvissuto, non ha mai riconosciuto nella foto di Coulibaly il suo aggressore (“Non era un nero”)ed ha invece additato un nordafricano, che ha visto per caso durante un reportage televisivo sull’Hyper Cacher: tale Amar Ramdani. Personaggio cruciale: Ramdani, rapinatore, ricercato internazionale per spaccio, aveva stretto amicizia con Coulibaly in carcere; s’era atteggiato ad islamista voglioso di violenza, gli aveva dato appoggio logistico (le armi?) e sarebbe stato lui a scortarlo fino al negozio kosher alla Porte de Vincennes; certamente il cellulare di Coulibaly e quello di Ramdani hanno occupato la stessa “cellula” il 6, 7 ed 8 gennaio. Il punto è che questo pregiudicato Ramdani, come hanno scoperto gli agenti che lo hanno pedinato, entrava ed usciva quando voleva dal centro operativo dei “servizi” francesi, a Rosny-sous-Bois. Poi è risultato – o è stato asserito – che lì andava a trovare la sua amante: Emanuelle C. (il cognome è ignoto) che è una agente dei servizi, che aveva preso una sbandata per lui tanto da “convertirsi all’Islam” in segreto, tanto da “indossare il velo” quando usciva dall’ufficio: un tipico travestimento per un’agente che vuole infiltrarsi in ambienti islamici. E poi: come può un ricercato entrare nel “Forte” (così chiamano la centrale d’intelligence) senza mostrare un documento, senza avere un badge che ne legittimi l’accesso? Il peggio è che quando Ramdani (su indicazione del blogger) è stato arrestato, Emmanuelle ha cercato di accedere ai fascicoli dell’inchiesta Coulibaly. 
Un’altra donna fatale è quella che ha fatto innamorare Coulibaly e l’ha reso – oltreché pazzo d’amore – un islamista pronto a tutto: si chiama Hayat Boumedienne, indicata dai media come “la moglie” del terrorista ucciso. Molte le foto, diffuse dopo, dove i due sono insieme e si addestrano ad usare pistole – lei è in chador nero. Altre foto però la mostrano in bikini, incollata voluttuosamente a Coulibaly. .. Il giorno 9, quando il nero si asserraglia nel negozio ebraico, qualcuno spiega subito ai giornalisti che la fanatica islamista Hayat Boumedienne è lì con lui, nel negozio. Così passano le ore e nessuno la cerca. Hayat non è affatto nel negozio; ha preso comodamente il largo. Poi si farà viva coi familiari e darà la sua versione, ovviamente ripresa dai media: sono in Siria a combattere con lo Stato Islamico contro Assad. Lo Stato Islamico addirittura la intervista – il Califfo ha infatti anche una rivista patinata in francese, Dar Islam – e diffonde la sua versione. Lei si dichiara felice di vivere “in una terra dove vige la legge di Allah” e fa’ un elogio funebre del ‘marito’ Coulibaly (lo chiama Abu Baly al-Ifriki) che ha dato il buon esempio. Naturalmente, l’articolo è privo di foto della ragazza nella sua nuova incarnazione: sarebbe antislamico, perbacco. Il fatto è che addirittura l’ISIS conferma la versione ufficiale. Poi, sono comparsi video in cui Coulibaly, ancor vivo, si dichiarava spontaneamente un seguace del Califfato. Una tv ebraica francese riuscirà ad intervisralo mentre è asserragliato nel negozio: uno scoop. Come quelle immagini prese dal tetto che mostrano i due teroristi all’uscita dalla strage di Charlie Hebdo: immagini riprese, si disse, da un giornalista israeliano che si trovava per caso lì… versione poi cambiata. Facciamola breve. Insomma: qualcosa ci suggerisce una nostra versione, orribilmente complottista: il povero Coulibaly, reso scemo dal sesso la sua Hayat Boumedienne, che è una agente dei servizi, viene gestito da Ramdani,, che lo arma con le armi fornite da Hermant per i servizi in gran quantità, perché solitamente destinate alla guerriglia in Siria (dove i francesi hanno una filiale di Al Qaeda, fatta di militanti maghrebini nati in Francia); la fidanzata o moglie, e il Ramndani, lo convincono a compiere la grande impresa di alto valore mediatico. Il povero Coulibaly viene usato e sacrificato per qualche motivo, forse per distogliere l’attenzione dai fratelli Kouachi che in quelle ore sono in fuga? Per qualche altro motivo? In ogni caso, è abbastanza spiegabile come mai occorra seppellire questa sporca faccenda come “segreto di Stato”, segreto militare da sottrarre ai giudici. Chi vuole sviscerare tutti i particolari strani di questa vicenda, può – se sa il francese – consultare il sito
E’ una miniera di informazioni, risultato di indagini personali di un vero giornalista (che immagino non sia apprezzato dai media). Fra le altre, segnalo questa: fin dalle prime ore un importante giornale online americano, l’International Business Time (il terzo nel mondo fra i giornali economici sul web, per numero di contatti) dice: l’attentato di Charlie sembra una vendetta del Mossad contro la Francia. Un’ora dopo, il giornale online ritira il pezzo, e si scusa coi lettori.
( Maurizio Blondet )

6 novembre 2015

L'ira del padre di Chiara Insidioso massacrata di botte dal fidanzato: "Italia senza dignità" e posta foto shock di lei

 "Oggi mi piacerebbe avere la possibilità di sapere che potrei portarti via da questa Italia... bruciare la mia carta d'identità sarebbe un sogno... io non mi sento rappresentato più da nessuno in questo paese...". Così Maurizio Insidioso, padre di Chiara, la ragazza massacrata di botte dal fidanzato, in un post su Facebookcommentando lo sconto di pena di quattro anni dato ieri in appello a Maurizio Falcioni. "Cara Chiara, oggi sono stato affianco a colui che ti ha ridotto cosi per sempre...lo sai oggi sei stata oltraggiata da lui...dal suo avvocato e dai giudici che non hanno coraggio -scrive Maurizio Insidioso- Chiara l'ITALIA è un paese dove non c'è dignità e in quell'aula si parlava solo del modo in cui riabilitare al mondo quel verme di Falcioni... nessuno ha mai pensato a come sei e sarai per sempre ridotta e abbandonata". "Lui ha ricevuto un bellissimo sconto che lo aiuterà a tornare presto a fare la sua vita... si fanno ricorrenze... si fanno salotti e si parla di violenza sulle donne... ma al dunque chi fa del male a una donna ne esce sempre meglio di chi è vittima - aggiunge Maurizio Insidioso - Chiare' oggi non ci vediamo so' stato male e non mi sento bene... ma vedrai che domani mi rialzo e ci rivediamo... tu sei la mia guida e ti ringrazio perché senza di te non posso sta'". Chiara Insidioso dopo il pestaggio da parte del fidanzato rimase 11 mesi in coma. Ora si trova in stato vegetativo. L'aveva picchiata selvaggiamente, sbattendole più volte la testa in terra. Poi calci e pugni finchè non l'ha vista esanime. E aveva tentato anche di discolparsi parlando di una caduta. Chiara Insidiosa Monda aveva 19 anni quando il suo compagno la ridusse in fin di vita dopo un vero e proprio pestaggio brutale scatenato dalla gelosia. Oggi Maurizio Falcioni, condannato in primo grado a 20 anni, ha ottenuto uno sconto di pena in appello a 16 anni. Chiara, uscita dal coma dopo 11 mesi, invece "è condannata a vita", ha detto la madre Danielle piangendo e inveendo contro i giudici al grido di "vergogna". Alla lettura della sentenza scoppia il caos in Tribunale. Alle urla della madre si aggiungono quelle degli amici di Chiara. Il padre, Maurizio, dopo la sentenza si è sentito male ed è finito in ospedale. Chiara ora è ridotta ad uno stato vegetativo e i suoi progressi sono lentissimi. Quello di questa ragazza di quasi 21 anni è stato un vero calvario iniziato una sera di febbraio 2014. A scatenare tutto l'ennesimo litigio per questioni di gelosia.  Chiara, diplomata all'Istituto alberghiero, aveva 19 anni, Falcioni 16 anni di più. I due convivevano da poco. Discutevano spesso a causa della gelosia di lui convinto che Chiara lo tradisse. Secondo l'accusa, Maurizio Falcioni, aggredì la sua fidanzata con calci e pugni sferrati con brutale violenza; poi, quel capo della giovane più volte sbattuto a terra e colpito con calci. Fu lui stesso, in preda al panico, a chiedere aiuto ("per la fidanzata svenuta", disse); nonostante l'evidenza che i segni su Chiara non potevano essere la conseguenza di uno svenimento, lui negò comunque di averla picchiata. Ma le condizioni della ragazza, apparse da subito gravissime, successivamente si aggravarono ancora di più. Quasi un anno fa il processo di primo grado col rito abbreviato, con la condanna di Falcioni a 20 anni di reclusione; oggi, l'appello, con la riduzione a 16 anni della pena inflitta. "Chiedo perdono a Chiara, chiedo scusa per quello che ho fatto. Non volevo ucciderla", ha detto Falcioni ai giudici prima che questi si ritirassero in camera di consiglio. "Falcioni ha chiesto scusa a Chiara, ma quell'uomo uscirà di galera mentre Chiara è condannata a vita. Lei non potrà fare più una vita normale, e questo non è giusto", si dispera Danielle, consolata dagli amici. Resta poi il dispiacere anche dei legali di parte civile. "Noi purtroppo adesso possiamo fare molto poco - ha detto l'avvocato Massimiliano Santaiti - Certo, presenteremo istanza alla procura per sollecitare la presentazione del ricorso per Cassazione".  ( Ansa)

24 ottobre 2015

Oltre 31 mila persone scomparse in Italia dal 1974, in crescita nel 2015 (7.993)

Sono 31.372 le persone scomparse ancora da rintracciare in Italia dal 1974 ad oggi. Nel primo semestre dell'anno si è registrato un aumento di 7.993 casi. Positivo pero' il trend dei ritrovamenti: 125.657 al 30 giugno 2015, contro i 119.802 del 31 dicembre 2014 (+5.855). Sono i dati della tredicesima Relazione semestrale presentata al Viminale dal Commissario straordinario di Governo per le persone scomparse, Vittorio Piscitelli, insieme al sottosegretario all'Interno, Domenico Manzione.    Gli ultimi risultati, ha osservato Manzione, "indicano un discreto salto di qualità nei ritrovamenti, ma il numero degli scomparsi è significativo, pur se più basso rispetto ad altri Paesi europei". Il prefetto Piscitelli, da parte sua, ha voluto sottolineare "la crisi di valori, l'individualismo, che sono alla base di parte del fenomeno".    Mancano all'appello 22.848 stranieri e 8.524 italiani, di cui 13.085 maggiorenni (6.712 italiani e 6.373 stranieri) e 18.287 minorenni (1.812 italiani e 16.475 stranieri). I maschi sono 22.455, mentre le donne 8.917. Il Lazio è la regione più colpita (6.757 casi), seguita da Sicilia (4.821), Lombardia (3.504) e Campania (3.211).    I minorenni che scompaiono, ha sottolineato Piscitelli, "sono il problema dei problemi: si tratta in larga parte di stranieri non accompagnati (tra i 15 ed i 17 anni) che si allontanano dai centri di accoglienza e nelle comunità di affido per dirigersi verso i Paesi dove hanno parenti o altri appoggi, ma durante il viaggio possono incappare in disavventure".    Gli ultrasessantacinquenni scomparsi sono 1.298. Di questi 112 hanno come motivazione "possibili disturbi psicologico" e molto spesso di tratta di malati di Alzheimer o di persone affette da malattie neurologiche.     Altro capitolo rilevante della relazione sono i cadaveri non identificati. Il registro nazionale ne conta 1.421 (36 in più nell'ultimo semestre). Tra questi ci sono 760 corpi di migranti recuperati sulle coste italiane in seguito a naufragi.     Vista la portata del problema, il commissario ha auspicato la possibilità per i prefetti di rivolgersi alla Rai per ritrovare le persone sparite. "Quando le ricerche partono nelle prime 48 ore - ha sottolineato - si hanno buoni risultati". (Ansa)

Dal laser una speranza per la 'bambina del Napalm"

MIAMI - E' diventata il simbolo della guerra del Vietnam per una foto che la ritrae terrorizzata e nuda mentre corre per strada in fuga dalla nuvola nera sganciata dalle truppe sudvietnamite. Era l'8 giugno del 1972. E Kim Phuc aveva solo 9 anni. Più di quarant'anni dopo l'attacco al napalm che l'ha condannata a una vita di dolori strazianti e cicatrici permanenti su tutto il corpo per lei forse c'è una speranza. Il mese scorso Phuc, oggi 52enne, ha cominciato una cura al laser nel Centro di dermatologia di Miami che, secondo il dottor Jill Waibel, attenuerà le cicatrici ma soprattutto allevierà il dolore.
    "Non ho mai sperato di poter guarire dalle ferite o dal dolore. Ho sempre pensato che il sollievo sarebbe arrivato soltanto in paradiso, ma adesso la terra è diventata il mio paradiso!", racconta emozionata all'Associated Press che le ha dedicato un lungo reportage. Fu proprio un fotoreporter dell'agenzia, infatti, a scattare la foto-simbolo quarant'anni fa e a soccorrere per primo Phuc portandola all'ospedale più vicino con il pullmino dell'agenzia. Poi Christopher Wain, un giornalista della Itn che aveva incontrato lei e altri bambini mentre fuggivano, la fece trasferire all'ospedale britannico di Saigon dove restò per 14 mesi, subendo ben 17 operazioni. Dopo essere stata in Russia e a Cuba, Phuc fuggì in Canada per "essere dimenticata", come dichiarò qualche anno dopo. Oggi vive fuori Toronto e ha due figli maschi, di 21 e 18 anni. La sua è stata una vita di dolore. A causa delle ustioni profonde, Phuc non è più riuscita a muovere il braccio sinistro ed ha dovuto rinunciare al sogno di suonare il piano.
    Normalmente, ha spiegato lo specialista che l'avrà in cura a Miami, le persone che subiscono questo tipo di ferite non sopravvivono. Il trattamento laser che il dottor Waibel userà per tentare di curare la 'bambina del Napalm' è molto caro, dai 1.500 a 2.000 dollari a seduta. Ma il medico ha deciso di non farsi pagare dopo averla conosciuta e dopo aver ascoltato la sua storia.
    Accanto a Phuc, al centro di dermatologia, ci sono i due uomini più importanti della sua vita. Suo marito, Bui Huy Toan, e l'autore della foto, Nick Ut. "Lui è l'inizio e la fine", ha detto Phuc dell'uomo che è solita chiamare 'zio Ut'. "Mi ha scattato quella foto e adesso sarà con me in questo nuovo capitolo della mia vita". Ut, oggi 65enne, ricorda come fosse ieri quel tragico giorno. "Phuc gridava 'troppo caldo, troppo caldo! Sto morendo! Troppo caldo'", ha raccontato il fotografo.
    "Spero che un giorno non proverò più dolore", confessa Phuc anche se "nessun'operazione, nessuna medicina, nessun dottore, può curare il mio cuore" ( Ansa)

Emanuela Orlandi, archiviata l’inchiesta. Gip chiude indagini anche su Mirella Gregori: “Prove prive di consistenza”

Giallo Orlandi-Gregori, arriva la parola fine. A trentadue anni dal sequestro di Emanuela e Mirella, all’epoca 15enni il gip Giovanni Giorgianni ha deciso l’archiviazione del procedimento. L’ultimo filone d’indagine si era aperto nel 2008 con la chiamata in causa di alcuni elementi della banda della Magliana. Escono quindi dall’inchiesta tutti gli indagati per sequestro di persona aggravato dalla morte degli ostaggi. Si tratta dei due supertestimoni Sabrina Minardi, ex amante del boss Renatino De Pedis, e Marco Fassoni Accetti, il fotografo romano che si è autoaccusato del duplice rapimento sostenendo di aver fatto parte di una fazione ecclesiastica contraria alla politica di Papa Wojtyla, di monsignor Pietro Vergari, a lungo rettore della Basilica di Sant’Apollinare, e di tre malavitosi della gang romana (tra i quali Sergio Virtù, che fu autista del boss). La decisione del giudice, valutato «l’imponente materiale investigativo» accumulato in oltre tre decenni, è stata motivata con la mancanza di un sufficiente grado di «precisione, coerenza e concordanza»

15 marzo 2015

Ndrangheta: suicida ex giudice Giusti, era ai domiciliari

L'ex gip del Tribunale di Palmi, Giancarlo Giusti, agli arresti domiciliari dopo essere stato coinvolto in due inchieste delle Dda di Milano e Catanzaro su suoi presunti rapporti con esponenti della 'ndrangheta, si è impiccato nella sua abitazione di Montepaone, il centro del Catanzarese dove viveva da alcuni mesi.Giusti, che aveva 48 anni, viveva a Montepaone da quando si era separato dalla moglie. Sul posto si trovano il pm di turno della Procura della Repubblica di Catanzaro ed i carabinieri del Comando provinciale. Secondo i primi accertamenti, Giusti viveva da solo. (Ansa)

10 marzo 2015

L'interruttore che 'spegne' le malattie neurodegenerative

Scoperto un 'interruttore' molecolare che potrebbe 'spegnere' i sintomi di molte malattie neurodegenerative, come il Parkinson e la Sclerosi Laterale Amiotrofica (Sla): è quanto sembrano suggerire i primi esperimenti condotti sugli animali dai ricercatori dell'Università di Trento, coordinati dalla biologa Maria Pennuto. I risultati, pubblicati sulla rivista Neuron, sono stati presentati a Riva del Garda (Trento) in occasione del convegno annuale dei ricercatori Telethon.
La scoperta è nata dallo studio di una rara malattia genetica che colpisce solo gli uomini, l'atrofia muscolare spinale bulbare (nota anche come malattia di Kennedy): causata da una mutazione sul cromosoma X, si manifesta nell'età adulta con atrofia ai muscoli degli arti inferiori e della faccia. ''La malattia - spiega Pennuto - è provocata da un'alterazione del recettore per gli ormoni androgeni, una proteina che non si trova solo nei testicoli ma anche nei neuroni che comandano il movimento e nei muscoli''.
I ricercatori Telethon sono riusciti a scovare il punto esatto in cui avviene la modificazione chimica che induce il recettore a funzionare troppo causando l'atrofia: ''un sito simile si trova anche in altre proteine associate a malattie neurodegenerative come il Parkinson, la Sla, la malattia di Huntington e l'atassia spinocerebellare di tipo 1 (Sca1)'', precisa Maria Pennuto. ''Per questo - ha aggiunto - pensiamo che si tratti di un meccanismo importante nell'insorgenza delle malattie neurodegenerative. Nei nostri primi esperimenti sul moscerino della frutta abbiamo dimostrato che lo 'spegnimento' di questo interruttore è in grado di attenuare i sintomi della malattia di Kennedy. Se altre ricerche confermeranno la nostra intuizione anche nelle altre malattie - conclude la biologa - potremo puntare a sviluppare nuovi farmaci molecolari''.