29 novembre 2007

Graziella Campagna


Rinviata "La vita rubata", la fiction sull'omicidio, nel 1985 a Messina, di Graziella Campagna. Sulla storia di questa 17enne uccisa dalla mafia vi invito a leggere su www.raffaellafanelli.it l'articolo pubblicato sul settimanale Visto di Rcs... un articolo uscito il giorno prima di quello che sembra essere un rinvio di Stato. La Rai ha deciso infatti di bloccare la programmazione prevista per martedì 27 novembre. La Direzione Generale - si legge in una nota ufficiale di viale Mazzini - ha accolto la richiesta del presidente della Corte di Appello di Messina che, attraverso il Ministro di Grazia e Giustizia Clemente Mastella, ha segnalato come la messa in onda della fiction sull'omicidio di Graziella Campagna "avrebbe potuto turbare la serenità dei giudici" ... Nelle parole di Pietro Campagna, il fratello di Graziella che da oltre 20 anni si batte per ottenere giustizia, c'è rabbia e delusione: "Dov'era il ministro Mastella quando il giudice della Corte d'assise di Messina ha ritardato il deposito della sentenza di condanna di Gerlando Alberti.... dov'era?!".
Pietro Campagna si riferisce a quella sentenza che nel settembre del 2004 condannò all'ergastolo Gerlando Alberti junior e Giovanni Sutera, quali esecutori dell'omicidio di Graziella una sentenza che i giudici tardarono a depositare, le motivazioni arrivarono due anni dopo. E Gerlando Alberti junior, detenuto a Parma per altri reati, ma non per quell'omicidio, venne rilasciato per decorrenza dei termini. Libero anche Giovanni Sutera. Il ministro Mastella inviò gli ispettori nel settembre 2006. Ispettori che archiviarono il caso sul magistrato accusato di avere ritardato il deposito delle motivazioni della sentenza.
Gerardo Alberti junior, nipote ed erede di Gerlando Alberti senior, il boss soprannominato dai Greco “u paccarè,” il furbo, il braccio destro di Pino Calò al centro di numerose inchieste giudiziarie tra cui la strage Ciaculli e quella di Viale Lazio a Palermo, l’assassinio del giornalista Mauro De Mauro e quello del procuratore Scaglione... Ottimi i rapporti di Alberti senior con Gaetano Badalamenti, Salvatore Riina, Giuseppe Calderone, Tommaso Buscetta, Salvatore Greco... Quel nipote non si doveva toccare. A sapere della sua presenza e di quella di Sutera erano in tanti, quei tanti spaventati dalla scoperta di Graziella Campagna, quella 17enne di Saponara che nella tasca di una camicia da lavare trovò un'agendina e un documento che non doveva vedere. Lei, sorella di un carabiniere. Lei, poteva far saltare quella rete di protezione con nomi illustri, importanti. Per questo venne uccisa.
Piero Campagna punta anche il dito contro l'indulto "che doveva essere per i piccoli criminali, ma che ha favorito anche Alberti". "Mastella si preoccupa di una povera ragazza uccisa, di una famiglia distrutta e derubata di una vita normale o si preoccupa per un film che ricostruisce ciò che è accaduto in tanti anni di depistaggio. Se non ha nulla da temere non si spiega perché ha fatto questo. Questi atteggiamenti - ha concluso Piero Campagna - deludono i cittadini, ma soprattutto i familiari delle vittime. Mi auguro che la scelta e la decisione di Mastella siano state prese in buona fede". La Corte d'Assise di Appello di Messina si riunirà il 13 dicembre per il processo d'appello. E i giudici potranno decidere in totale serenità.

11 novembre 2007

Tutti i morti, minuto per minuto


Gabriele Sandri, 26 anni, tifoso della Lazio ucciso, è solo l'ultimo della lunga lista di tragedie del pallone. Ecco un elenco temporale di avvenimenti violenti avvenuti negli stadi italiani dagli Anni 60 a oggi: 1963 - 28 aprile. Giuseppe Plaitano, 48enne tifoso della Salernitana, è il primo morto da stadio in seguito a scontri tra polizia e tifosi. Allo stadio Vestuti si disputa un incontro decisivo ai fini della promozione in serie B tra la Salernitana e il Potenza. Per un rigore non dato ai granata, i tifosi invadono il campo. La guerriglia coinvolge le due tifoserie e la polizia. Un poliziotto spara in aria: per una tragica fatalità il colpo raggiunge la tribuna, dove è seduto Plaitano. Il caso verrà archiviato. 1973 - 2 dicembre. In occasione di Roma-Napoli, un giovane tifoso azzurro, Alfredo Della Corte, viene ferito da un colpo di pistola alla faccia. 1979 - 28 ottobre. Vincenzo Paparelli, tifoso laziale, quando manca un'ora all'inizio del derby Roma-Lazio, viene colpito a un occhio da un razzo sparato dalla Curva Sud, tradizionale sede dei sostenitori romanisti. Il razzo, sparato da un ragazzo di appena 18 anni, attraversa tutto lo stadio e finisce la sua tragica corsa sul volto del povero Paparelli, causandogli lesioni gravissime. Per l'uomo, trasportato immediatamente in ospedale, non c'è nulla da fare. 1984 - 8 febbraio. Triestina-Udinese, partita di Coppa Italia. Alla fine del match scoppiano gravi incidenti che obbligano le forze dell'ordine ad intervenire. Nel corso degli scontri il tifoso triestino Stefano Furlan muore in seguito a delle gravi lesioni cerebrali, causate molto probabilmente dalle percosse infertegli dalla polizia. Da allora la curva dei tifosi triestini è intitolata proprio a Stefano Furlan. 1984 - 30 settembre. Al termine della partita Milan-Cremonese, Marco Fonghessi, un giovane tifoso rossonero, viene accoltellato a morte da un altro tifoso milanista. Assurda la dinamica dell'episodio: la targa della sua auto attira l'attenzione di un gruppo di tifosi meneghini, che circondano la vettura e con un coltello tagliano le gomme. Fonghessi reagisce e viene raggiunto da una coltellata, sferrata da un giovane di appena 18 anni. Trasportato in ospedale muore dopo poche ore. 1988 - 9 ottobre. Allo stadio Del Duca di Ascoli, al termine della partita con l'Inter, Nazzareno Filippini, tifoso bianconero di 32 anni, resta gravemente ferito nel corso di una violenta rissa scoppiata tra le opposte tifoserie. Vengono arrestati quattro esponenti della curva nerazzurra. 1989 - 4 giugno. Prima di Milan-Roma muore Antonio De Falchi, tifoso giallorosso di 18 anni. De Falchi raggiunge lo stadio con tre amici; una ventina di ultras milanesi tentano di aggredirli e durante la fuga De Falchi viene stroncato da un arresto cardiaco. Dei tre tifosi milanisti processati, solo uno venne arrestato e poi condannato a 7 anni di reclusione. 1989 - 18 giugno. Penultima giornata di campionato tra Fiorentina e Bologna, altra tragedia. Il treno coi tifosi emiliani diretti in Toscana subisce un agguato da parte degli ultras fiorentini. Alla fitta sassaiola segue il lancio di una bottiglia molotov che esplode all'interno di un vagone e provoca il ferimento di due tifosi toscani, uno dei quali è Ivan Dall'Oglio, appena quattordicenne. Non ci scappa il morto, ma Dall'Oglio rimane irrimediabilmente sfigurato al volto. 1993 - 10 gennaio. A Bergamo, al termine di Atalanta-Roma, muore, colto da infarto, il 42enne Celestino Colombi, coinvolto nelle cariche della polizia mentre si trovava casualmente nei pressi dello stadio. 1994 - 30 gennaio. Salvatore Moschella, 22 anni, muore gettandosi dal treno su cui viaggia dopo essere stato aggredito con alcuni tifosi del Messina di ritorno dalla trasferta di Ragusa. I siciliani prima lo picchiano e poi continuano a infastidirlo. Moschella, nel cercare una via di fuga, si getta dal finestrino, mentre il treno rallenta in prossimità della stazione di Acireale. Cinque le persone arrestate, delle quali due minorenni. 1995 - 29 gennaio. Prima della partita Genoa-Milan viene accoltellato a morte un giovane tifoso rossoblù, Vincenzo Spagnolo. L'omicida è un ragazzo di appena 18 anni, Simone Barbaglia, che all'epoca frequentava solo da qualche mese la curva del Milan. Sarà condannato a 15 anni di carcere. 1998 - 1 febbraio. Nel dopopartita di Treviso-Cagliari muore il tifoso veneto Fabio Di Maio, 32 anni, per un arresto cardiaco in seguito all'intervento della polizia per sedare un accenno di rissa tra le opposte tifoserie. Allo stesso Di Maio è stata poi intitolata la curva degli ultras trevigiani. 1999 - 24 maggio. La mattina seguente la partita tra il Piacenza e la Salernitana, sfida decisiva per la permanenza in serie A, il treno speciale che riporta a casa gli oltre 3 mila tifosi campani, proprio in prossimità della stazione di Salerno, prende fuoco in una galleria. Nel rogo, appiccato dagli stessi tifosi, perdono la vita quattro giovani supporter granata. 2001 - 17 giugno. A Messina si disputa l'acceso derby con il Catania, decisivo per la promozione in serie B. Tra le due tifoserie prima della partita si verifica un reciproco lancio di oggetti. Dal settore degli ospiti viene lanciata una bomba-carta che esplode in mezzo ai tifosi della Curva Nord e ferisce Antonino Currò, 24 anni, il quale finisce in coma e dopo pochi giorni muore. A seguito delle indagini viene arrestato un tifoso minorenne di Catania. 2003 - 20 settembre. Finisce in tragedia il derby Avellino-Napoli. Muore Sergio Ercolano, ventenne tifoso partenopeo, precipitato nel vuoto durante gli scontri tra tifosi e polizia. 2004 - 21 marzo. Scontri tra tifosi e polizia fuori dall'Olimpico dopo Roma-Lazio. La partita viene interrotta per una voce, poi smentita, della morte di un bambino investito da una macchina delle forze dell'ordine. 2007 - 27 gennaio. Ermanno Licursi, un dirigente della Sammartinese (terza categoria), muore a Luzzi, nel cosentino, a seguito dei colpi ricevuti mentre cerca di sedare una rissa in campo nella partita con la Cancellese. Il dirigente si accascia rientrando negli spogliatoi. 2007 - 2 febbraio. Muore l'ispettore capo della polizia di stato Filippo Raciti, colpito durante gli scontri con i tifosi del Catania durante e dopo il derby siciliano con il Palermo.

Catturati Salvatore e Sandro Lo Piccolo


Salvatore Lo Piccolo, 65 anni, indicato come il capo di Cosa Nostra a Palermo dopo la cattura di Bernardo Provenzano avvenuta l'11 aprile 2006, è soprannominato «il Barone» negli ambienti mafiosi. Era ricercato dal 1983 ed è stato catturarto insieme al figlio Sandro, 32 anni, latitante da nove. A carico di Salvatore Lo Piccolo pendevano otto ordinanze di custodia cautelare.
Iniziò come guardiaspalle di un padrino
Sotto la copertura di imprenditore edile, Salvatore Lo Piccolo, a Palermo il 20 luglio 1942, aveva cominciato la sua carriera di mafioso come guardaspalle e autista del padrino di San Lorenzo, Rosario Riccobono, poi soppresso con il metodo della lupara bianca durante la guerra di mafia degli anni Ottanta. Lo Piccolo aveva fiutato l'aria e aveva cambiato schieramento, accreditandosi come fiduciario dei nuovi capi corleonesi di Cosa Nostra, Totò Riina prima e Provenzano poi. Il suo potere si era via via esteso, fino ad abbracciare una vasta prte della provincia occidentale di Palermo.
Dopo l'arresto di Provenzano, la figura di Lo Piccolo, ricercato dal 1998 per omicidio e dal 2001 per associazione mafiosa, era ulteriormente emersa come il nuovo riferimento dei clan palermitani, anche in virtù delle alleanze negli Usa che il boss latitante aveva coltivato e rilanciato.
Sandro Lo Piccolo, nato a Palermo il 16 febbraio 197, braccio destro del padre, era sfuggito alla cattura nel 1998 durante un blitz della polizia, che lo aveva intercettato a Mondello e da allora era ricercato.
Territorio
Il territorio dei Lo Piccolo comprende non solo la parte nordoccidentale della zona metropolitana di Palermo, ma anche le famiglie dei Comuni di Capaci, Isola delle femmine, Carini, Villagrazia di Carini, Sferracavallo e Partanna-Mondello. Dopo la cattura del capomafia trapanese Vincenzo Virga, Lo Piccolo ha esteso la sua influenza anche ad alcune zone della provincia di Trapani.
I Lo Piccolo restano però i «padroni» dello Zen, una vasta zona a residenza popolare alla periferia di Palermo.
La storia del clan Lo Piccolo è relativamente recente: controllo degli appalti a partire dalla realizzazione degli svincoli autostradali, l'esazione sistematica di una quota per le utenze elettriche: 15 euro per non avere problemi e tenere le lampadine accese nei cubi di cemento con i muri in cartongesso dello Zen2.
«A lui gli hanno fatto la zampata tre volte.
Loro entrano di qua, e lui esce di là. Se l’è fatta franca sempre così, proprio per miracolo».
Un fantasma, Salvatore Lo Piccolo.
Un acrobata dell’imprevisto, per dirla con l’ex capomafia di Torretta, Vincenzo Brusca, uno che a Totuccio è stato devoto nel garantirgli vitto e alloggio.
Di nascondigli, l’erede designato da Bernardo Provenzano, ne avrà cambiati a decine in un quarto di secolo.
Perché a Salvatore e al primogenito Sandro - rintracciati a Cruillas e Carini - ultimamente non dava la caccia solo la polizia ma anche i sicari del triumvirato «corleonese» composto dai detenuti Nino Rotolo, Antonino Cinà e Francesco Bonura, imbestialiti per l’uccisione del boss amico Nicolò Ingarao, e contrarissimi al rientro in Sicilia degli Inzerillo, i «perdenti» della guerra di mafia degli anni Ottanta, esiliati oltreoceano e riabilitati dal nuovo corso dei Lo Piccolo. E proprio dagli Stati Uniti, il superboss di San Lorenzo ha pianificato per tempo la sua ascesa interna ed internazionale: all’Fbi l’ha confermato pari pari il pentito Nino Giuffrè, il braccio destro e sinistro di Provenzano, che parlando a lungo dell’«uomo dell’America» e dei suoi traffici, ha messo a verbale: «Totuccio aveva, e ha, contatti diretti negli Usa attraverso la famiglia di Boccadifalco, già utilizzata da Provenzano.
Lo Piccolo è oggi attivissimo nelle zone di New York e Chicago, è vicino ai Gambino, ma soprattutto si muove nei mandamenti di pertinenza del defunto boss Gaetano Badalamenti», l’ex Padrino di Cinisi, storica enclave impermeabile alla delazione, dove Lo Piccolo ingenuamente pensava di svernare e di non venir mai stanato grazie anche alle coperture del figlio di don Tano, Vito, uccel di bosco da dieci anni. Delle tensioni interne sull’asse Palermo-New York, e delle intenzioni di Rotolo di togliersi dai piedi il concorrente con maldicenze e mascariate varie (è lui che mette in giro la voce che Lo Piccolo vuole ammazzare il Padrino) se ne fa spesso cenno nei «pizzini» rinvenuti sotto il materasso della stalla in Montagna dei Cavalli, ultimo covo di Provenzano.
Rotolo, numero in codice «25», e Salvatore Lo Piccolo, riferimento «30», quali componenti del «Direttorio» di Cosa nostra, erano per forza di cose i colonnelli più gettonati dal Grande capo.
Soprattutto a loro scriveva il Boss, per impartire ordini.
Ad ognuno, singolarmente, dava consigli su come comportarsi rispetto alle scortesie dell’altro nella gestione degli appalti, delle estorsioni, del traffico di droga.
Ma alla fine Lo Piccolo l’ha sempre avuta vinta, tanto che il killer ad personam prescelto da Rotolo, Giovanni Nicchi, si è visto costretto a recedere dall’incarico in extremis su ordine di Provenzano. Non fidandosi troppo del trapanese Matteo Messina Denaro, e non potendo contare su Rotolo ormai dietro le sbarre, quando s’è trattato di abdicare e scegliere l’erede, Zu Binnu ha pensato a Salvatore, il consigliori prediletto, la primula dello Zen (il popolare quartiere di Palermo) e dell’area occidentale che si estende da Capaci all’Isola delle Femmine, da Carini a Villagrazia fino a Sferracavallo.
Un erede al trono che come prima iniziativa anziché alla causa ha pensato a se stesso: s’è aumentato lo stipendio di capomafia da 20mila a 40mila euro mensili.
Questa spiata, al pari di altre, arriva nelle scorse settimane da un ex sindacalista, il boss di Partanna Mondello, Francesco Franzese, factotum di don Salvatore arrestato quest’estate. Omonimo della diabolica gola profonda del clan italoamericano dei Colombo, Franzese è il giuda di Lo Piccolo dopo esserne stato l’ombra. Considerato un fedelissimo, al punto da assicurarsi l’incarico per l’eliminazione del killer voluto da Rotolo, quando ha capito che sarebbe morto di vecchiaia in un penitenziario di massima sicurezza, si è «venduto» il capo e ne ha aggiornato l’identikit. Franzese è solo l’ultimo di una lunga serie di traditori: dal cassiere Antonino Avitabile al suo autista, Isidoro Cracolici, in tanti hanno fatto terra bruciata a un boss che fino a qualche anno fa inseguiva il potere con la violenza, le belle donne col denaro. Un uomo che ha studiato sempre da leader, scimmiottando Provenzano per ingraziarselo e portarselo lentamente dalla sua.
Come «zio Binnu», a cui si rivolgeva firmandosi «tuo nipote», Lo Piccolo preferiva dirimere le controversie senza mattanze o lupare bianche, riunendo gli uomini d’onore intorno a una tavola imbandita alla Locanda di San Giorgio a Carini o al Vecchio Mulino, di Torretta. Come Provenzano, optava per una mafia di basso profilo anche nella richiesta democratica del pizzo: pagare poco, pagare tutti.
Come Provenzano, dopo una lunga latitanza, è finito dentro. Per sempre.