31 maggio 2007

UNA GRAVE MINACCIA TARGATA "PHILIPS" PASSATA SOTTO SILENZIO


Sfogliando le pagine di un quotidiano mi capita tra le mani l'annuncio titolato "IMPORTANTE AVVISO DI SICUREZZA"
Resto senza parole.
La Philips AVVERTE che la lampada abbronzante CLEO Compact con citati i numeri di serie e' gravemente dannosa e può portare...ALLA CECITA'
Non credo ai miei occhi e rileggo, e più rileggo più...non credo...
La Philips sottolinea che chi e' in possesso di tele lampada può sostituirla GRATUITAMENTE presso di loro.
Ma tale lampada e' prodotta e venduta dal Settembre 2006.
Sono passati 9 mesi.
Centri benessere o privati che ne sono in possesso..magari sono gia diventati ciechi.
Oppure...aver causato come scrive Philips "Gravi danni all'epidermide"
Alla fine dell'annuncio Philips scrive "Ci scusiamo dell'inconveniente"
CI SCUSIAMO DELL'INCONVENIENTE???
Una notizia cosi dovrebbe esser data a reti unificate e di corsa...ma le TV si guardano bene dal recare un danno alla casa Philips e dirottano allora su notizie di grande interesse nazionale come la scelta del nome Chanel dato da Hilary Blasi e Francesco Totti alla loro nuova pargola.
Allora vado sul sito della Philips http://www.philips.it/ e che ci trovo?
Una bella immagine del classico bimbo della famiglia perfetta del Mulino Bianco sottotitolato...."Philips Tecnolgia per i Neonati"
Speriamo che il babbo o la mammina del pargolo in foto non abbiano fatto una lampada Cleo Compact di recente, altrimenti il bimbo avrebbe qualcosa da ridire sulla Tecnologia all'avanguardia sbandierata.
Ovviamente il sito e' infarcito di Promozioni Primavera 2007...ma del fatto grave in questione NIENTE !!! NON UNA PAROLA !!! Comunque la lampada in questione è la lampada abbronzante fluorescente Philips CLEO Compact da 15 W recante il numero di serie : 080906 e 090906 lunghezza della lampada 29,5 cm.
E se uno che ha la lampada in questione non ha letto il giornale?
Consoliamoci...Philips si e' comunque scusata per ...L'INCONVENIENTE !!!

Padova:corteo a favore delle Br


E' destinato a creare scalpore il corteo organizzato dal centro sociale Gramigna indetto a Padova per il 16 giugno. Su internet si stanno raccogliendo le adesioni per la manifestazione indetta a favore dei "compagni arrestati il 12 febbraio, ma anche verso i prigionieri comunisti e anarchici rinchiusi in regime di 41 bis a Parma e L’Aquila". Tra questi anche Nadia Lioce, già condannata per l'omicidio D'Antona.
Sono passati otto anni da quel 20 maggio del 1999, giorno in cui fu assassinato dalle Br il giuslavorista Massimo D'Antona, mentre andava a lavorare nel suo studio di Roma in via Salaria. Per l'omicidio del docente di Diritto del lavoro a "La Sapienza" di Roma, sono stati condannati Nadia Desdemona Lioce, Roberto Morandi e Marco Mezzasalma, per i quali la Corte d'assise d'appello di Roma ha confermato, il 6 giugno del 2006, le condanne all'ergastolo precedentemente emesse dalla Corte d'assise di Roma l'8 luglio del 2005.
E la manifestazione è anche dedicata a loro, i brigatisti detenuti in regime di carcere duro, il famigerato 41 bis, nel carcere de L'Aquila. Il comunicato che gira sul web parla chiaro: "È necessario continuare a manifestare la nostra solidarietà non solo nei confronti dei compagni arrestati il 12 febbraio, ma anche verso tutti i prigionieri comunisti e anarchici rinchiusi nelle galere italiane, spagnole, francesi, turche, e in particolare ricordando i 7 compagni rivoluzionari in regime di completo isolamento in 41 bis rinchiusi nelle carceri italiane tra cui Parma e L’Aquila".
A scrivere è il centro sociale Gramigna di Padova, lo stesso che è salito agli onori della cronaca il 12 febbraio scorso quando la Digos ha arrestato 15 persone accusate di far parte delle Brigate Rosse. Parte degli arrestati frequentava quel centro sociale. E ora, il Gramigna si mobilita per "raccogliere l’estesa solidarietà con la prospettiva di creare un fronte più ampio possibile contro la repressione di stato; per rilanciare la lotta in difesa degli spazi occupati e di agibilità politica del movimento di classe; per rompere l’isolamento nei confronti dei compagni arrestati".
Un appello che farà discutere visto che si appoggiano e si invitano i "lavoratori, studenti e proletari in generale ad organizzarsi, molto spesso anche al di fuori delle logiche istituzionali".

27 maggio 2007

Missionario condannato a 12 anni


Don Marco Dessì, 59 anni, è stato riconosciuto colpevole anche di detenzione di materiale pedopornografico. L'uomo ha approfittato della sua posizione per abusare dei bambini del coro. Dodici anni di carcere. Questa la pena inflitta a don Marco Dessì, il missionario sardo in Nicaragua accusato di abusi sessuali nei confronti di minori e detenzione di materiale pedopornografico. La sentenza è stata emessa dal giudice per l'udienza preliminare di Parma verso le 14.30, dopo un'intera mattinata in Camera di Consiglio, al termine del processo celebrato con il rito abbreviato. Don Marco Dessì, 59 anni, originario di Villamassargia, in provincia di Cagliari, è finito sotto processo perchè accusato di diversi abusi sui bambini della sua missione a Betania. L'accusa aveva chiesto 16 anni, ma la sentenza tiene conto dello sconto di pena di un terzo previsto dal rito abbreviato. Oltre ai 12 anni di carcere per i reati di violenza sessuale su minori e detenzione di materiale pedopornografico, il Gup di Parma ha inflitto a Dessì, una provvisionale di 100 mila euro per ognuno dei tre ragazzi nicaraguensi, allora minorenni, che hanno denunciato gli abusi subiti e che si sono costituiti parte civile nel procedimento. Dessì dovrà, inoltre, pagare la cifra simbolica di 1 euro alle organizzazioni umanitarie non governative Solidando (onlus di Cagliari) e Rock no war (modenese), che sostenevano le missioni di Don Marco e hanno scoperto le molestie facendo scattare l'inchiesta, e al Comune di Correggio (Reggio Emilia) che si era voluto costituire in giudizio contro il missionario.
Don Marco ha atteso in silenzio la sentenza nell'aula del palazzo di giustizia di Parma e all'uscita, prima di tornare nel carcere dove è in custodia cautelare dal giorno dell'arresto, alcuni familiari gli hanno detto: "Abbi fede, fatti coraggio". Inizialmente il prete, per 30 anni promotore di una missione umanitaria in Nicaragua era indagato per sei casi di violenza sessuale, oltre che per la detenzione di 1.400 immagini pornografiche recuperate dal suo computer. Ma all'atto di chiusura delle indagini il Pm Lucia Russo aveva deciso chiedere l'archiviazione per tre casi risalenti ai primi anni Novanta e perciò prescritti. Secondo l'inchiesta, Dessì approfittò della sua posizione di leader della missione umanitaria a Chinandega per abusare dei bambini del 'coro del Getsemani' da lui stesso reclutati per strada. Gli stessi bambini che poi, diventati adulti, hanno raccontato sei mesi fa nel corso di un incidente probatorio i particolari delle molestie subite. Dessì è stato arrestato il 4 dicembre scorso a casa di una sorella a Villamassargia su ordinanza del Gip di Parma: secondo gli inquirenti era pronto per fuggire, rientrare in Nicaragua, dove poteva contare su appoggi potenti, e non tornare più in Italia. Aveva in tasca un biglietto aereo che il 4 dicembre scorso, il giorno dell'arresto, per un volo l'avrebbe portato a Managua via Milano. I magistrati di Parma hanno scoperto, tramite le intercettazioni telefoniche, che don Marco aveva tentato di condizionare le parti lese offrendo loro, tramite il suo factotum, anche denaro in cambio del silenzio. Erano una ventina le testimonianze di abusi raccolte durante le indagini, tutte ai danni di bambini che vivevano con lui, alcuni di età inferiore ai dieci anni. La prima risaliva al 1990, ma solo sei erano supportate da materiale audiovideo. Per sostenere la sua missione, don Marco promuoveva raccolte di fondi in Italia, d'intesa con alcune associazioni di volontariato e di adozione a distanza dei bambini. E grazie a quest'attività aveva accumulato un notevole patrimonio, che aveva raccomandato al suo collaboratore di mettere al sicuro, quando si era reso conto di essere sotto inchiesta. Prima dell'arresto le autorità ecclesiastiche, raggiunte dalle voci sul comportamento di don Marco, lo avevano invitato a lasciare il Nicaragua e a ritirarsi in una struttura in Italia. Inoltre, sul computer del missionario, sono state torvate una quantità notevole di file pedopornografici: 1442 per l'esattezza. Tutti - secondo quanto ha spiegato la rpocura di Parma - sono stati scaricati nell'arco di pochi mesi. ''Secondo quanto abbiamo scoperto nelle indagini - ha spiegato il sostituto procuratore - l'80% dei fotogrammi trovati sul pc dell'imputato era stato scaricato tra settembre e dicembre del 2006. Alcune di queste fotografie pedopornografiche sono state scaricate il 2 dicembre, a due giorni dall'arresto del sacerdote''.

23 maggio 2007

GIOVANNI FALCONE


Sono trascorsi 15 anni.Erano le 17,48 del 23 maggio 1992 quando su una pista dell'aeroporto di Punta Raisi atterra un jet del Sisde, un aereo dei servizi segreti partito dall'aeroporto romano di Ciampino alle ore 16,40. Sopra c'è Giovanni Falcone con sua moglie Francesca..... Alle ore 17,59, sull’ autostrada Trapani-Palermo l’esplosione.
"Sono responsabile della morte del piccolo Giuseppe Di Matteo, ho commesso e ordinato oltre 150 delitti, ho strangolato parecchie persone, ho sciolto i cadaveri nell'acido muriatico, e, prima di farlo, molti li ho carbonizzati su graticole costruite apposta». Parole di Giovanni Brusca, il mafioso che esattamente 15 anni fa, il 23 maggio 1992, fece saltare in aria Giovanni Falcone e tutta la sua scorta. Brusca ha messo queste cose a verbale e nel 1999 le ha pure raccontate al collega Saverio Lodato".
Comincia così il bell'articolo di Filippo Facci sul giornale che non si limita a ricordare l'anniversario dell'assassinio del Giudice, ma ricorda coloro che gli hanno voltato le spalle, permettendo la sua esecuzione da parte della Mafia.
Da Leoluca Orlando : che accusò il Giudice Giovanni Falcone di proteggere Andreotti e lo fece durante una puntata di Samarcanda che: Falcone ha una serie di documenti sui delitti eccellenti, disse, ma li tiene chiusi nei cassetti. Accusa che verrà ripetuta a ritornello da molti uomini del movimento di Orlando: Carmine Mancuso, Nando Dalla Chiesa e Alfredo Galasso. È di quel periodo, peraltro, un primo e sottovalutato attentato a Falcone: il comunista Gerardo Chiaromonte, defunto presidente della Commissione Antimafia, circa la bomba ritrovata nella casa al mare di Falcone, all'Addaura, scriverà così: «I seguaci di Orlando sostennero che era stato lo stesso Falcone a organizzare il tutto per farsi pubblicità». E la voce circolò.
Così, quando Falcone accettò l'invito del ministro della Giustizia Claudio Martelli a dirigere gli Affari penali, la gragnuola delle accuse non poté che aumentare. L'obiettivo di Falcone era creare strumenti come la procura nazionale antimafia, ma in sostanza fu accusato di tradimento. Si scagliò contro di lui il Giornale di Napoli: «Dovremo guardarci da due "Cosa nostra", quella che ha la Cupola a Palermo e quella che sta per insediarsi a Roma». Così Sandro Viola su Repubblica: «Non si capisce come mai Falcone non abbandoni la magistratura... s'avverte l'eruzione d'una vanità, d'una spinta a descriversi, a celebrarsi, come se ne colgono nelle interviste dei guitti televisivi». L'Unità, due mesi prima che Falcone saltasse in aria, fece scrivere un corsivo al membro pidiessino del Csm Alessandro Pizzorusso: «Falcone superprocuratore? Non può farlo, vi dico perché». È la stessa Unità che poco tempo prima aveva titolato così: «Falcone preferì insabbiare tutto».
Cosa nostra aveva già deciso di saldare il conto: la Cassazione, infatti, il 30 gennaio aveva confermato gli ergastoli del maxiprocesso. Mentre Roma discuteva su come impedire la nomina di Falcone, Giovanni Brusca stava facendo dei sopralluoghi sull'autostrada Palermo-Punta Raisi. Poi, a macerie fumanti, il tentativo di sfruttare la morte di Falcone per portare acqua all'inchiesta Mani pulite resterà uno degli episodi più disgustosi della storia del giornalismo italiano. Piero Colaprico, su Repubblica, definì Antonio Di Pietro «il Falcone del Nord», e inventò che «si è saputo solo ieri che Falcone seguiva da vicino l'inchiesta sulle tangenti, ma adesso una tonnellata di tritolo ha spezzato per sempre il suo contributo all'indagine milanese». L'Unità scrisse: «A Milano i magistrati hanno considerato la strage anche un avvertimento per quanti vogliono smascherare i signori di Tangentopoli». Solo Ilda Boccassini, e gliene si faccia onore, ebbe la forza di urlare nella aula magna del Tribunale di Milano, rivolta ai colleghi di Magistratura democratica: «Voi avete fatto morire Giovanni, con la vostra indifferenza e le vostre critiche; voi diffidavate di lui; adesso qualcuno ha pure il coraggio di andare ai suoi funerali».
Due giorni dopo la strage di Capaci, su l'Unità, anche Piero Sansonetti ebbe un sussulto di dignità: «Questo giornale, negli ultimi mesi, e più di una volta, ha criticato Giovanni Falcone per la sua nuova amicizia con i socialisti e per la sua scelta di lasciare Palermo. E ha osteggiato la sua candidatura alla direzione della super-procura. In queste ore terribili una cosa l'abbiamo capi- ta tutti, credo: Giovanni Falcone era un uomo libero. Abbiamo invece fatto prevalere il dubbio politico: forse non è uno dei nostri. Forse è politicamente ambiguo. Forse è il cavallo di Troia. E così abbiamo giudicato la sua scelta tattica una sorta di abbandono. Siamo stati faziosi». È la sola autocritica, in quindici anni, messa nero su bianco da sinistra.
Quante volte abbiamo visto lo stesso identico copione per la morte di tanti Servitori dello Stato?
Siamo proprio un"italietta, che mai impara dai suoi errori.

21 maggio 2007

COMUNICAZIONE PER TUTTI !!!

L'articolo è stato spostato sul nuovo sito www.1922criminalmagazine.info dove è stata creata una sezione dedicata alla "Pedofilia".Pertanto invito tutti coloro interessati all'argomento di commentare o scrivere articoli direttamente al sito sopra menzionato. Grazie per l'attenzione.

20 maggio 2007

Vaticano: Documento segreto sugli abusi sessuali


Correva l’anno 1962, il Vaticano ai vescovi: coprite gli abusi sessuali.
Un documento choc scoperto da un avvocato texano e siglato da Papa Giovanni XXIII: in 69 pagine l'ordine ai vescovi di tutto il mondo perché nascondessero le storie di violenza sessuale.
LONDRA – Sono sessantanove pagine, un documento che inchioda i vertici della Chiesa di Roma, che getta un’onta senza precedenti sul Vaticano. La rivelazione del quotidiano britannico "The Observer" è destinata a far esplodere una bufera inimmaginabile sull’istituzione più potente del mondo: un documento che risale al 1962 e che porta il sigillo di Papa Giovanni XXIII fu spedito a tutti i vescovi del mondo per istruirli a tenere ben nascosti i casi di violenza sessuale all’interno della Chiesa. Il testo, scritto in latino, si trovava negli archivi segreti del Vaticano. “Massima segretezza”: era questo quello che la Chiesa di Roma chiedeva ai propri prelati in materia di abusi sessuali. Nulla doveva venire a galla, tutto andava nascosto nei minimi dettagli. Con la minaccia di scomunica per coloro che non rispettavano l’imposizione.
A scoprire il documento shock, chiamato "Crimine Solicitationies", è stato Daniel Shea, avvocato texano impegnato in una serie di casi di abusi contro minori perpetrati da preti cattolici. La Chiesa cattolico-romana di Inghilterra e Galles ne conferma la genuinità.
In quelle 69 pagine, nero su bianco, c’è l’intenzione di mantenere il più stretto riserbo sugli atti dei prelati che potrebbero danneggiare la Chiesa e dettagliate raccomandazioni su come difendere la segretezza: le indicazioni “devono essere diligentemente nascoste negli archivi segreti della Curia come strettamente confidenziali – si legge nel testo – né dovranno essere pubblicate o in inserite in qualche commento”.
L’avvocato Shea commenta indignato: “Questi dettami sono arrivati ad ogni vescovo del pianeta. E’ la prova che ci fosse una cospirazione internazionale da parte della Chiesa per insabbiare le vicende legate agli abusi sessuali”. Ancora più deciso, Shea aggiunge: “Abbiamo sempre sospettato che la Chiesa cattolica coprisse i casi di abusi sessuali e cercasse di far tacere le vittime. Questo documento lo prova. Minacciare la scomunica a chiunque parli, mostra sino a dove le alte cariche del Vaticano erano pronte ad arrivare pur di evitare che le informazioni sugli abusi diventassero di pubblico dominio”.
Certo la vicenda rischia di diventare esplosiva. Da tempo la Chiesa cattolica è nella bufera per lo scandalo dei preti pedofili. L’arcivescovo di Boston, il cardinale Bernard Law, è stato costretto a dimettersi lo scorso anno dopo avere ammesso di aver coperto alcuni casi di pedofilia nella sua Curia.

15 maggio 2007

Condannate le "BESTIE DI SATANA"


Questa volta satana non li ha aiutati, al processo di appello le pene sono state aumentate.
Ergastolo per Nicola Sapone e Paolo Leoni. Pena ridotta per Elisabetta Ballarin condannata oggi a 23 anni mentre in primo grado, a Busto Arsizio, era stata condannata a 24 anni e 3 mesi. Pene aumentate anche per Eros Monterosso. E' stato infatti condannato a 27 anni e 3 mesi (in primo grado erano stati 24 anni) e Marco Zampollo condannato a 29 anni e 3 mesi (26 anni sentenziati in primo grado).
È questo il verdetto pronunciato nel pomeriggio dalla seconda Corte d'Assise d'Appello di Milano nei confronti di 5 degli imputati accusati dell'omicidio e dell'occultamento di cadavere di Mariangela Pezzotta, Fabio Tollis e Chiara Marino ed l'induzione al suicidio di Andrea Bontade.
«Questa è giustizia vera. La sentenza appena emessa a noi va bene. Si stano facendo le cose come vanno fatta». Lo hanno detto i genitori di Chiara Marino, una dei giovani uccisi e i cui cadaveri sono stati occultati per anni dal gruppo denominato Bestie di Satana per le quali, nel pomeriggio, la seconda Corte d'Assise d'Appello di Milano ha emesso un verdetto di condanna dei confronti di 5 dei suoi ex appartenenti.
«Gli imputati hanno meritato ampiamente la condanna che è stata loro inflitta perchè, ricordiamoci, l'uccisione di mio figlio Fabio e di Chiara è stato un sacrificio satanico, un'esecuzione feroce che rimarrà negli annali della storia criminale». È questo quello che ha dichiarato il padre di Fabio Tollis, il giovane massacrato nel gennaio del '98 insieme a Chiara Marino nei boschi di Somma Lombardo dal gruppo denominato 'bestie di Satana” per il quale, oggi pomeriggio, la seconda Corte d'Assise d'Appello di Milano ha emesso un verdetto di condanna nei confronti di 5 dei suoi ex membri. «Oggi ho vinto. Sono soddisfatto e anche fiducioso per come andrà la Cassazione», ha aggiunto ancora visibilmente emozionato il padre di Fabio Tollis. Nella foto: Eros Monterosso, Paolo Leoni e Marco Zampollo

11 maggio 2007

Bruno Contrada: Cassazione Conferma 10 anni


Dovra' tornare in carcere, nonostante abbia 77 anni, l'ex numero tre del Sisde Bruno Contrada, ora che la Cassazione ha reso definitiva la sua condanna a dieci anni di reclusione per’’ concorso esterno in associazione mafiosa”. Con questa decisione la Suprema Corte ha reso definitiva la condanna emessa il 25 febbraio 2006, dalla Corte di Appello di Palermo nel processo d'appello bis. I supremi giudici della Sesta Sezione Penale hanno anche condannato Contrada al pagamento delle spese di giustizia.La ex Cirielli che ha modificato l'art. 47-ter dell'ordinamento penitenziario, ha introdotto nel sistema una nuova forma di detenzione domiciliare per i condannati di eta' superiore a 70 anni, qualunque sia l'entita' della pena inflitta o della pena residua da espiare. Ma ha escluso, oltre alle condanne all'ergastolo, tutti i delitti che rientrano nella competenza della Procura Distrettuale Antimafia, e altri gravi reati, come ad esempio la riduzione in schiavitu', la tratta e la violenza sessuale di gruppo. Prima della legge del 2005, che ha consentito per esempio a Cesare Previti di evitare il carcere dopo la condanna a 6 anni di reclusione per concorso in corruzione nel processo Imi-Sir, le persone di eta' superiore a 70 anni potevano scontare la pena a casa, o in un luogo di cura o di assistenza, solo in presenza di gravi problemi di salute e a condizione che la pena non superasse i quattro anni. Chi è Bruno Contrada, come andarono i fatti:
Nato a Napoli il 2 settembre 1931, entra in Polizia nel 1958 e frequenta a Roma il corso per funzionari presso l’Istituto superiore di Polizia. Al termine viene assegnato prima alla Questura di Latina e, successivamente al Commissariato di Sezze Romano, un tranquillo paesino del Lazio, dal quale Contrada chiede ben presto di essere trasferito, in quanto desideroso di operare concretamente in una città di frontiera. Viene trasferito a Palermo, nella città più “calda” d’Italia, dove già era cominciata la mattanza per la prima guerra di mafia.
In questa città lavora alacremente e scala tutti i gradini della carriera:
- nel 1973 diviene il capo della Squadra Mobile,
- nel 1976 passa a dirigere il Centro Interprovinciale della Criminalpol per la Sicilia Occidentale (dal 1979 al primo febbraio 1980 dirige interinalmente anche la Squadra Mobile) e ricopre tale incarico fino a gennaio del 1982;
- nel gennaio del 1982 transita nei ruoli del SISDE (Servizi per l’Informazione e la Sicurezza Democratica) con l’incarico di coordinare i centri SISDE della Sicilia e della Sardegna;
- nel settembre del 1982 nominato dal Prefetto De Francesco Capo di Gabinetto dell’Alto Commissario per la lotta contro la mafia, incarico che ricopre fino al dicembre del 1985;
- nel 1986, per la grossa professionalità maturata nel campo della lotta alla mafia, chiamato a Roma presso il Reparto Operativo della Direzione del SISDE.
- il 24 dicembre del 1992, giorno della Vigilia di Natale, mentre si accingeva a trascorrere le vacanze di Natale a Palermo con la famiglia, viene arrestato a seguito di un ordinanza di custodia cautelare emessa il giorno prima dal Giudice delle indagini preliminari presso il Tribunale di Palermo su richiesta della Procura della Repubblica, viene condotto a Roma nel Carcere Militare di Forte Boccea.
L’accusa è “concorso esterno in associazione mafiosa”
I quattro “pentiti”, più correttamente definiti collaboratori di giustizia, sono: Gaspare Mutolo, Tommaso Buscetta, Giuseppe Marchese e Rosario Spatola.
Gaspare Mutolo – pregiudicato di mafia, già imputato per omicidio, estorsioni, associazione a delinquere di tipo mafioso, traffico di stupefacenti ed altro, accusa Contrada di :
frequentare un appartamentino sito in via Jung 12, al 16° piano, che gli sarebbe stato messo a disposizione dal costruttore mafioso Angelo Graziano.
Quest’ appartamentino, a seguito di indagini condotte dalla stessa Dia, è risultato essere di proprietà dell’ingegnere Gualberto Artemisio Carducci, costruttore dello stabile, e ceduto in locazione al Magistrato Domenico Signorino.
In sede di interrogatorio in udienza Mutolo ha rettificato il tiro, dicendo che Graziano si era interessato affinché Contrada avesse la disponibilità del citato appartamentino tra la fine del 1975 ed l’inizio del 1977.
Evidentemente Mutolo non sapeva che il dott. Contrada nel luglio del 1975 aveva arrestato e denunziato Graziano Angelo ed un altro costruttore mafioso per estorsioni e tentativi di estorsioni compiuti a mezzo di esplosivo.
Ed il Mutolo non sapeva nemmeno che il successivo 23 agosto 1975, su rapporto del dott. Contrada, il Graziano ed il Cocuzza, che già erano in carcere, venivano ulteriormente denunciati per altre estorsioni con materiale esplosivo.
Nel mese di novembre del 1975 la Squadra Mobile diretta da Contrada compì un’operazione di notevolissima importanza, sgominando un’organizzazione criminale mafiosa pericolosissima, indicata successivamente come “Mafia della Costa, di cui facevano parte tutti e sei i fratelli Graziano.
Nel dicembre dello stesso anno, nella prospettiva che Angelo Graziano potesse essere scarcerato per decorrenza dei termini, Contrada propose alla Questura la misura di prevenzione del soggiorno obbligato per cinque anni.
Comunque il Graziano venne condannato e rimase in carcere fino al maggio del 1977.
Pochi giorni dopo essere stato scarcerato si seppe attraverso segnalazioni anonime che era rimasto vittima della “lupara bianca”.
Mutolo poi racconta :
che il capo della famiglia mafiosa di Partanna-Mondello, Rosario Riccobono, deceduto, gli aveva rivelato che il dott.Contrada era a disposizione dei capi più importanti di Cosa Nostra (tra i quali Inzerillo, Scaglione, Riina,Greco Michele), che incontrava personalmente ed ai quali aveva reso numerosi ”favori”, non specificati;
Mutolo sostiene, cioè, che quando i boss mafiosi si ammazzavano tra loro nella più impressionante guerra per bande che abbia mai insanguinato Palermo, il poliziotto più in vista della Città, Bruno Contrada, avrebbe incontrato ora l’uno, ora l’altro capo-mafia in luoghi pubblici o privati.
La non attendibilità di questa affermazione risulta evidente.
Nessun poliziotto in quegli anni in cui imperversava a Palermo una delle più tremende, se non la più tremenda e sanguinosa guerra di mafia avrebbe potuto essere amico e rendere “favori” contemporaneamente a diversi capi-mafia, perché un tale comportamento avrebbe significato sicuramente farsi ammazzare, in quanto le famiglie di mafia in lotta tra loro si cercavano l’un l’altra per attirarsi in tranelli ed agguati e per uccidersi.
Sarebbe stato impossibile non rimanerne coinvolti.
Altra accusa di Mutolo è :
che il capo-mafia Rosario Riccobono gli avrebbe riferito che la mafia aveva speso quindicimilioni per acquistare una macchina “Alfa Romeo” che il dott. Contrada doveva destinare ad una persona amica durante le festività natalizie del 1981.
Sono state svolte ricerche a tappeto su decine e decine di donne palermitane acquirenti o intestatarie di un’Alfa Romeo tra il 1980 ed il 1982. Nessuna donna portava a Contrada!
La verità è che Gaspare Mutolo è stato uno dei criminali mafiosi più perseguitati da Contrada, perché nel 1975, nel corso di un’operazione di polizia tesa a sventare un tentativo di estorsione ai danni dell’industriale Angelo Randazzo, il Mutolo aveva ucciso a sangue freddo il giovane agente di polizia Gaetano Cappiello, al quale Contrada voleva bene come ad un figlio.
E’ utile ricordare che Gaspare Mutolo ha accusato di collusione con la mafia il giudice Domenico Signorino, che esercitava le funzioni di P.M. sia nel processo del 1976 contro Mutolo sia nel maxi-processo, ed ha accusato inoltre i giudici Aiello, D’Antone, Barreca e Mollica, giudici che lo condannarono in Corte di Assise ed in Corte di Assise di Appello, nonché l’ex presidente della Corte di Appello di Palermo Carmelo Conti, che è stato prosciolto dal G.I.P. di Caltanisetta.
Tommaso Buscetta – Il 25 novembre 1992 il Buscetta conferma quanto detto in passato (aggiungendo tuttavia che egli non aveva una conoscenza diretta dei fatti raccontati) e cioè che Rosario Riccobono gli aveva suggerito di tornare a Palermo, assicurandogli che non sarebbe stato cercato dalla Polizia. Egli poi aveva chiesto ad un altro mafioso, Stefano Bontate, perché Riccobono facesse simili affermazioni ed aveva saputo che il Riccobono era amico di Contrada della Polizia di Palermo.
Su tali circostanze era stata aperta un’inchiesta, che si era conclusa con l’archiviazione e con un biglietto di auguri e di compiacimento inviato a Contrada a firma di Caponnetto. Il biglietto è agli atti del processo.
Nel novembre del 1992, però, Buscetta nel confermare le accuse del 1984 aveva detto che il rapporto tra Contrada e Riccobono era mal visto dagli altri mafiosi palermitani, contraddicendo in tal modo quanto avevano sostenuto Mutolo e Marchese .
Giuseppe Marchese il 4 novembre del 1992 dichiara: - che nel 1981, ritornando da una riunione di importanti capi mafia, suo zio Filippo l’aveva incaricato di avvisare Totò Riina che il dott. Contrada l’aveva informato che la Polizia si apprestava a perquisire la casa di borgo Molara, dove era nascosto il Riina. Il Marchese aveva avvisato quest’ultimo, che aveva lasciato tale abitazione per rifugiarsi a S. Giuseppe Iato.
Ma in un interrogatorio precedente, precisamente del 2 ottobre 1992, lo stesso Marchese aveva dichiarato che il Riina per motivi di sicurezza legati ai conflitti tra clan mafiosi, si era trasferito dalla villa di borgo Molara a S.Giuseppe Iato.
Per sfuggire ai mafiosi, dunque, e non alla Polizia.
In proposito occorre rilevare anche che la Polizia di Palermo venne a sapere che la casa di borgo Molara era stata rifugio di Riina soltanto nel 1984, allorchè il pentito Salvatore Anselmo rivelò che suo fratello, legato a Riina, era rifugiato nella villa di borgo Molara.
Rosario Spatola , personaggio che notoriamente era dedito all’uso di cocaina, il 16 dicembre 1992 - quindi soltanto sette giorni prima dell’arresto del dott.Contrada - lo accusa:
· di essere un massone e di mantenere rapporti con i boss mafiosi attraverso la sua loggia.Nulla è emerso in proposito dalle accurate indagini effettuate dal Capitano della Direzione investigativa Antimafia Luigi Bruno.
· di aver agevolato nella primavera del 1984 la fuga di Totò Riina, uno dei capi più spietati della mafia, e di altri capi mafia, che partecipavano ad una festa di matrimonio in un albergo di Cefalù, l’Hotel Costa Verde, avvisando il Riina stesso di un’operazione predisposta dalla polizia.


Nella primavera del 1984 Contrada da più di due anni aveva lasciato gli uffici della Polizia ed era Capo di Gabinetto dell’Alto Commissario De Francesco.
Come avrebbe potuto conoscere i tempi ed i luoghi di un’azione di polizia, se da due anni non ne faceva più parte?!

Il 23 marzo del 1993 Rosario Spatola, interrogato negli uffici della Criminalpol a Roma, riferisce di un episodio svoltosi nel ristorante “Il Delfino” a Sferracavallo, una località vicino Palermo. Riferisce cioè di aver visto il dott. Contrada mangiare in compagnia del capomafia Riccobono in una saletta riservata del ristorante. Però, poiché egli non conosceva il dott.Contrada, dice di essere andato a mangiare al menzionato ristorante insieme ai fratelli Di Caro, massoni, suoi amici, che glielo avrebbero indicato come “fratello”.Non solo i fratelli Di Caro al processo hanno smentito quanto affermato dallo Spatola, ma la saletta riservata del ristorante è risultata non essere mai esistita.Interrogato di nuovo, questa volta negli Uffici della Procura della Repubblica a Palermo dai Magistrati della Procura di Palermo, lo Spatola non parla più di saletta riservata, ma di luogo appartato, indicando come tale una parte della sala non solo sopraelevata rispetto alla rimanente parte della sala medesima, ma ubicata in prossimità dei W.C.Il dott. Contrada, conosciutissimo nella zona, ed il capomafia Riccobono sarebbero stati seduti, quindi, su un specie di palcoscenico e per giunta tra le due porte di accesso ai servizi igienici, con buona pace per la riservatezza!
Perché non è stato sentito nel corso delle indagini il proprietario del ristorante, che avrebbe così potuto subito smentire Spatola, come ha fatto poi al processo?
Prima, durante e dopo l’arresto del dott. Contrada occorreva valutare le propalazioni dei ”pentiti” alla luce di accurati riscontri che andavano effettuati con sollecitudine e con molta ponderazione, e ciò vale non solo per il dott. Bruno Contrada, ma per ogni cittadino! In particolare poi per Il dott. Contrada, perchè ciò andava fatto non nell’ interesse del dott. Contrada stesso, ma nell’interesse dello Stato, essendo le accuse rivolte contro un uomo delle Istituzioni che fino ad allora e per trent’anni il dr.Contrada aveva degnamente rappresentato.
Era in gioco, infatti, la credibilità delle Istituzioni stesse, specialmente se si tiene conto della strenua difesa operata nei confronti di Bruno Contrada da parte dell’allora Capo della Polizia, Prefetto Vincenzo Parisi, sia al momento dell’arresto sia al processo, dove era stato chiamato a testimoniare in qualità di teste dell’accusa.

A questo punto è di obbligo fare un’importante riflessione:

Mutolo, Buscetta e Marchese accusano il dott. Contrada di fatti commessi prima del 28 settembre del 1982, giorno in cui entra in vigore la legge n. 646 del 13/9/82, che inserisce nel c.p. l’art. 416 bis, che prevede il reato di associazione di tipo mafioso. Se non fosse intervenuta la dichiarazione di Spatola, dalla quale risultava che il dott. Contrada aveva agito di concerto con i boss mafiosi anche dopo tale data, al Contrada non avrebbe potuto essere contestato il grave reato previsto dal menzionato articolo 416 bis poichè, come è noto, nessuno può essere punito per un fatto se non è previsto espressamente dalla legge come reato. Occorreva dimostrare, quindi, per poter contestare a Contrada quel reato, che egli aveva agito di concerto con i boss anche dopo il 28 settembre 1982.
Sulla base di queste dichiarazioni il 24 dicembre del 1992 il dott.Contrada, funzionario che godeva di tutta la stima dei suoi superiori, viene accusato di concorso esterno in associazione a delinquere di tipo mafioso, arrestato e su ordine della Procura di Palermo sottoposto alla misura della custodia cautelare in carcere .
Alle propalazioni dei primi quattro “pentiti”, dopo l’arresto del dott. Contrada e fino alla data di inizio del processo, si aggiungono quelle di altri collaboranti.
A parlare sono altri “pentiti” e precisamente: Francesco Marino Mannoia,Salvatore Cancemi e Pietro Scavuzzo.
Franceso Marino Mannoia conferma le accuse di Mutolo. Egli sostiene genericamente:
- che il dott. Contrada era amico di Riccobono;
- che aveva rapporti con Bontate;
- che Angelo Graziano gli aveva messo a disposizione un appartamentino.
In proposito occorre evidenziare che il Mannoia, pentitosi nel 1989, inizia a parlare del dott. Contrada soltanto il 24 gennaio del 1994.
Successivamente, però, è emerso che questo “pentito” era già stato sentito sul dott. Contrada nel corso di interrogatori condotti separatamente il 2 e 3 aprile 1993 a New York dalle Procure di Caltanissetta e di Palermo, che indagavano su omicidi eccellenti avvenuti in Sicilia, e che a tutti i Magistrati in quelle due circostanze il Mannoia aveva dichiarato di non sapere nulla su Contrada.
Solo al terzo interrogatorio, condotto nove mesi dopo dai procuratori di Palermo, il “pentito” ha improvvisamente “ricordato”.
Ebbene dei due primi verbali non è stata fatta parola al processo.
Hanno dimenticato evidentemente i Pubblici Ministeri che il Codice prescrive che le procure raccolgano anche le prove che possano scagionare gli imputati.
Salvatore Cancemi dichiara:
- che il dott.Contrada era “nelle mani” di Stefano Bontate;
- che nel 1959 aveva favorito la pratica per il porto d’armi di Stefano Bontate;
- che si era prodigato per fargli riavere la patente.
Non era materialmente possibile che il dott. Contrada favorisse la pratica per il rilascio del porto d’armi (pistola per difesa personale e fucile per uso caccia) a Stefano Bontate, perché questi aveva ottenuto il porto d’armi nel 1960, cioè prima che il dott.Contrada prendesse servizio a Palermo, dove arrivò soltanto alla fine del 1962.
Nel marzo del 1963, invece, il dott. Contrada aveva scritto alla Questura proponendo la revoca immediata del porto d’armi al Bontate, o comunque il non rinnovo, dal momento che il documento scadeva tre mesi dopo. Da quel momento Bontate entrò nel mirino della Polizia e non potè mai più ottenere un porto d’armi. Il fascicolo della questura relativa a questa pratica è andata al macero, ma la Procura avrebbe potuto avere notizie precise effettuando accurati accertamenti anche presso altri enti (archivio del Registro, archivio della Federazione della caccia ecc.)
Per quanto attiene la restituzione della patente, che era stata ritirata al Bontate allorchè venne sottoposto alla sorveglianza speciale con l’obbligo di soggiorno, gli artefici di tale restituzione furono, come poi è risultato anche dalle testimonianze degli interessati, il dott. Francesco Faranda, dirigente all’epoca dei fatti, del Commissariato di Polizia che raccolse le informazioni sul fatto che realmente il Bontate per lavoro avesse bisogno della patente, il Questore Giovanni Epifanio ed il Prefetto Girolamo di Giovanni .
Le indagini, come sempre nel caso Contrada o sono inesistenti o estremamente lacunose.
Inoltre il Cancemi sostiene che il Contrada è un giocatore, ma Contrada ribatte di non aver mai amato le carte e di aver imparato a giocare a scopone nel Carcere Militare di Forte Boccea.
Pietro Scavuzzo , “pentito” della mafia trapanese, un anno dopo l’arresto del dott. Contrada ha rivelato ai Magistrati uno strano episodio circa la stima di un anfora antica; egli racconta che:
- nel gennaio del 1991 avrebbe portato un’anfora antica di notevoli dimensioni insieme a due mafiosi, Calogero Musso e Pietro Mazzara, in un appartamento di via Roma a Palermo.
Quest’anfora sarebbe stata stimata, alla presenza del dott. Contrada, da un esperto svizzero (contattato a sua volta tramite un non meglio identificato Ludwig) per essere poi donata dalla mafia al Vicequestore di Trapani Michele Messineo.
Scavuzzo avrebbe riconosciuto lo stabile e l’appartamento dove avvenne la stima, in via Roma n.459. Egli parla di un appartamento con videocitofono e di una donna sui cinquant’anni che avrebbe aperto la porta, inoltre descrive l’interno della casa. Scavuzzo in un primo momento parla di un appartamento sito “al secondo o al terzo piano”, mentre successivamente dice trattarsi di quello all’ottavo piano, cioè la sede degli uffici del Sisde.
Con indagini rapide ed accurate si sarebbe potuto accertare facilmente che al Sisde non c’era alcuna dipendente di età superiore ai trent’anni, che la descrizione dell’arredamento fatta dal pentito non coincideva per niente con quella dell’Ufficio del Sisde, che in quell’ufficio era impossibile per chiunque entrare senza il permesso del capo-centro e che infine all’interno di quegli uffici esisteva una vigilanza armata24 ore su 24, con un piantone che aveva un mitra carico appoggiato sulla scrivania. Agevolmente si sarebbe potuto rilevare anche che la descrizione della porta fatta da Scavuzzo non corrispondeva: lo Scavuzzo aveva parlato di una porta semplice, mentre la porta degli Uffici del Sisde era una porta particolare del tipo di quella delle banche, con una camera di decantazione, che non permetteva che si aprisse la porta interna se prima non si chiudeva alle spalle del visitatore la porta esterna.
In conclusione il dott. Contrada si sarebbe incontrato negli uffici del Sisde con tre delinquenti mafiosi di Trapani (per giunta ricercati), che trasportavano un’anfora di notevoli dimensioni, per consentire ad un esperto svizzero di stimarne il valore in sua presenza.
In proposito il Capitano della DIA, Luigi Bruno, ha detto di non aver trovato alcun appartamento, rispondente alla descrizione fatta dal pentito trapanese Scavuzzo, nel quale avrebbe conosciuto Contrada, presentatogli dai boss della sua stessa provincia. Il capitano ha riferito infatti che sono stati visitati, senza esito, più di cento appartamenti della zona. Nessuno rispondeva alle caratteristiche riferite dal pentito.

Altri pentiti hanno poi testimoniato contro Contrada nel corso del processo, ma sono stati tutti puntualmente smentiti da quelli che avevano citato nelle accuse rivolte a Contrada. Avrei anche voglia di capire davvero, ora che la vicenda giudiziaria dell’ex funzionario del servizi segreti si è conclusa con quale ruolo avesse Contrada nella “stagione dei veleni” nella procura di Palermo, quando si dice che Falcone e Borsellino fossero soliti parlarsi nell’ascensore perché dei muri delle stanze non si fidavano. Siccome siamo in Italia, dubito che non sapremo mai rispondere con certezza. Nel frattempo Contrada continua a proclamarsi vittima innocente e dice che “Qualcuno si pentirà”. Questo è quanto riportano i giornali.

9 maggio 2007

Casi irrisolti: Aldo Moro, le Brigate Rosse, Romano e … gli spiriti


Il 9 maggio 1978, dopo 55 giorni di prigionia nelle mani dele Brigate Rosse, il corpo Aldo Moro viene trovato nel bagagliaio di una Renault R 4 rossa; la vicenda vede coinvolta un personaggio di nostra conoscenza che, allora come ora, agisce in modo quanto meno singolare …
Il 10 giugno 1981 Romano Prodi viene chiamato a testimoniare davanti alla Commissione Moro perché dichiara di aver partecipato per gioco, il 2 aprile 1978, ad una seduta spiritica in una casa di campagna di amici.
Prodi racconta agli inquirenti che il piattino utilizzato durante la seduta avrebbe “composto” la parola “Gradoli”, per chi non lo ricordasse Aldo Moro è stato rapito 17 giorni prima (16 marzo 1978), ed è tenuto prigioniero dalle Brigate Rosse. Romano ritiene di poter segnalare che potesse trovarsi nel paese di Gradoli, sul lago di Bolsena, vicino Viterbo.
Ecco le sue parole, dai verbali della testimonianza: “Era un giorno di pioggia, facevamo il gioco del piattino, termine che conosco poco perché era la prima volta che vedevo cose del genere. Uscirono Bolsena, Viterbo e Gradoli. Nessuno ci ha badato: poi in un atlante abbiamo visto che esiste il paese di Gradoli. Abbiamo chiesto se qualcuno sapeva qualcosa e visto che nessuno ne sapeva niente, ho ritenuto mio dovere, anche a costo di sembrare ridicolo, come mi sento in questo momento, di riferire la cosa. Se non ci fosse stato quel nome sulla carta geografica, oppure se fosse stata Mantova o New York, nessuno avrebbe riferito. Il fatto è che il nome era sconosciuto e allora ho riferito immediatamente”.
Romano, in seguito alla seduta, si reca a Roma, solo due giorni dopo, il 4 aprile, per trasmettere l’indicazione ad Umberto Cavina, capo ufficio stampa dell’on. Benigno Zaccagnini. L’informazione viene ritenuta attendibile (??!!), al punto che quattro giorni dopo, il 6 aprile, la questura di Viterbo, su ordine del Viminale, organizza un blitz armato nel borgo medievale di Gradoli alla ricerca della prigione di Moro. Tuttavia, viene trascurata un’altra indicazione che la moglie di Moro avrebbe ripetutamente fornito, relativa all’esistenza in Roma di una “via Gradoli”.
Fallito il blitz conseguente alla seduta spiritica, il 18 aprile i vigili del fuoco, a causa di una perdita d’acqua, scoprono a Roma, in via Gradoli 96, un covo delle Brigate Rosse da poco abbandonato, che si sarebbe rivelato come la base operativa del capo della colonna romana delle BR, Mario Moretti, il quale aveva preso parte all’agguato di via Fani.
Il caso è riaperto nel 1998 dalla Commissione parlamentare d’inchiesta sul terrorismo e le stragi, al fine di chiarire le motivazioni che avrebbero portato su un’altra pista le ricerche della prigione di Moro ed escludere che l’utilizzo del nome “Gradoli” fosse stato un modo per informare le stesse Brigate Rosse dell’avvicinamento delle forze di polizia all’omonima via, sita nei pressi della via Cassia. Romano non si rende disponibile per l’audizione presso la Commissione parlamentare, contrariamente a Mario Baldassarri ed Alberto Clò (ministro dell’Industria nel governo Dini e proprietario della casa di campagna), entrambi presenti alla seduta spiritica.
Fonti: Biografie.leonardo.it, Clarence, legnostorto 19 February 2005, Prodi ritorna sul luogo del delitto di Biagio Marzo, romanoprodi.it, Sassarisera.org: Fosca Bincher (Franco Bechis) e Emilio Gioventù per Il Tempo, Wikipedia.

8 maggio 2007

Il "router quantico" renderà internet libera dalle censure


Scienziati cinesi scoprono un metodo di trasmissione di notizie che, se intercettate, diventano illeggibili. Per ora è possibile solo a brevi distanze e non se ne vede un utilizzo commerciale.
Forse sarà presto possibile inviare su internet messaggi che può leggere solo chi è autorizzato. Scienziati cinesi hanno scoperto come trasmettere dati che, se intercettati da terzi, diventano inservibili.
Il nuovo sistema, chiamato “router quantico”, invia tramite fotoni – una forma di energia quantistica – da un computer all’altro la chiave di decrittazione di un messaggio nascosto, inviato in precedenza. “Ogni tentativo di decifrare o rubare le ‘chiavi’ fotoniche durante la trasmissione – spiega Guo Guangcan, professore che dirige il gruppo di ricerca del National Quantum Communication e Quantum Information Technology Programme – ne altera in modo grave le caratteristiche e corrompe il flusso quantico. Per cui il sistema, in teoria, è sicuro al 100%”. E’ stato già sperimentato per inviare informazioni tra quattro computer tramite le normali vie di comunicazione commerciale.
I sistemi convenzionali di invio delle chiavi di decrittazione, per esempio tramite il telefono, sono sempre intercettabili. Questo metodo può invece rendere inviolabili le comunicazioni. Ma ci sono ancora da risolvere grandi problemi: per esempio, questa trasmissione dati ora è possibile solo fino a 50 chilometri.
Esperti osservano che le attuali comunicazioni crittografiche danno grande sicurezza e reputano per ora impossibile un uso commerciale del nuovo metodo. Almeno fino a che non potrà garantire la trasmissione di dati a grande distanza e in modo rapido. Ma altri osservano che questo sistema può rendere impossibile qualsiasi intercettazione e censura, mentre gli altri metodi non lo possono.
Guo osserva che tutti i metodi crittografici oggi in uso sono vulnerabili perché basati su complessi modelli matematici che possono essere scoperti da un computer abbastanza potente.
AsiaNews

3 maggio 2007

Libertà vigilata per Barbara BALZERANI


Non tornerà in carcere. La libertà vigilata concessa nel dicembre scorso dal Tribunale di sorveglianza è stata confermata dai giudici di Cassazione. contrariamente alla richiesta della procura di Roma che sosteneva impropria la misura della libertà senza che l'imputata avesse mostrato segni di ravvedimento. Aveva partecipato al sequestro Moro, era stata condannata a tre ergastoli per l'uccisione di 4 carabinieri a Genova.
Barbara Balzerani (nome di battaglia Sara) considerata come la 'primula rossa' delle Br: tra i dirigenti della generazione del rapimento Moro, è quella che è riuscita a restare più a lungo in latitanza, tanto da sembrare inafferrabile. Nata a Colleferro, in provincia di Roma, il 16 gennaio 1949, ultima di cinque figli di una famiglia operaia, la Balzerani (che a lungo i giornali chiamarono erroneamente Balzarani) si trasferisce nel 1969 nella capitale, dove aderisce a Potere Operaio e vive con Antonio Marini, che poi sposerà e dal quale si separerà dopo poco tempo. Si laurea a Roma nel 1974. Per mantenersi fa la baby-sitter. Nel 1976, quando Mario Moretti forma la colonna romana delle Br, trova in Barbara la compagna ideale.Un anno dopo la Balzerani è nella direzione della colonna.
Con Moretti gestisce la casa-covo in via Gradoli, base di preparazione anche per il rapimento di Moro, ed è l'unica donna (oltre alla Algranati che però ha solo un ruolo di vedetta) a partecipare alla strage di via Fani. Concluso il rapimento Moro, va a Milano con Moretti e diventa responsabile della 'contro', la struttura che progetta le 'azioni di guerriglia'.
Dopo essere stata inviata nel Veneto per sovrintendere al potenziamento della colonna, è cooptata nella direzione strategica. Infine, nel 1980, è nominata nel comitato esecutivo, cosa che in precedenza, alle donne, era riuscita solo a Mara Cagol, la moglie di Renato Curcio.
Nel 1981, dopo l'arresto di Moretti, “Sara” gestisce senza successo la fase di scontro ideologico che culminerà con la scissione del gruppo di Senzani.
E' lei che, dopo il fallimento del sequestro Dozier e le confessioni di Antonio Savasta, dà la parola d'ordine della 'ritirata strategica'.
La latitanza della terrorista che sembrava inafferrabile si conclude il 19 giugno 1985 in un appartamento di Ostia, dove è arrestata dai carabinieri, in compagnia del convivente Giovanni Pelosi. La Balzerani ha avuto diverse condanne all'ergastolo, primo fra tutti quello per la strage di via Fani e il rapimento e l'uccisione di Aldo Moro. Nel 1995 ha ottenuto il permesso per il lavoro esterno. Negli ultimi anni ha pubblicato due libri: 'Compagna Luna' e 'La sirena delle cinque'.
Questa è la Sig.Balzerani , mentre in questi giorni stiamo assistendo a delle vicende al quanto penose.Mentre qualche Procuratore Milanese, per portare avanti un'inchiesta su un sospetto rapimento di un imam , smantella i servizi segreti, tanto che l'avvocatura dello Stato ha preso duramente posizione, altri Magistrati confermano la liberazione o si apprestano a liberare i Brigatisti rossi ancora in carcere. Quelli, beninteso, che non furono «compagni che sbagliarono solo ideologicamente», ma furono «compagni» e «compagne» che uccisero anche criminalmente. Infatti:
1. la Corte di Cassazione ha confermato la libertà vigilata per la BR Barbara Balzerani, coinvolta nel sequestro e omicidio di Aldo Moro e condannata a diversi ergastoli, che le era stata concessa il dicembre scorso dal Tribunale di sorveglianza di Roma, nonostante che la stessa non abbia dimostrato segni di «reminiscenza» e «ravvedimento».
2. il Giudici del Tribunale di sorveglianza di Milano, si stanno preparando a scarcerare gli ultimi e pochi Brigatisti Rossi ancora in carcere. Sul Corriere della Sera del 17 aprile (pag. 20), è riportata la notizia che il Tribunale del riesame milanese, si sta occupando della richiesta di «libertà condizionale» di due Brigatiste rosse condannate all'ergastolo quali esecutrici di delitti «politici», che permetterà loro di beneficiare della riduzione di pena a 26 o a 21 anni,, in caso di buona condotta. La decisione dei Magistrati milanesi sarà oltremodo importante poiché, in caso di decisione favorevole, sarebbero pronte una decine di domande fotocopia di altrettanti brigatisti, tra i quali il capo delle stesse ai tempi del sequestro Moro (Valerio Moretti) e che fu il mandante del delitto. Moretti sarebbe l'ispiratore strategico di questa «evasione legalizzata», ideata come una sorta di Breccia di Porta Pia.
Per questo secondo spetto, la cosa altrettanto paradossale, sorprendente e curiosa, anche esilarante se non fosse seria, sono due concezioni che si starebbero confrontando fra i Magistrati. Vale a dire - riassumendo un po' approssimativamente per non farla lunga, tra chi sostiene un'impostazione culturale religiosa e una laica e tra tesi diverse anche sulla loro rieducazione.
Poiché per liberare gli ergastolani la legge richiede la prova del «sicuro ravvedimento», su questo aspetto si fronteggiano due ali di Magistrati:
- Una parte tenderebbe ad interpretare la prova come «pentimento interiore»
- I secondi, richiederebbero la prova su «dati oggettivi». Un confronto di questo tipo, si baserà senz'altro su profonde e articolate motivazioni giuridiche e filosofiche. Però, una giustizia che si misura sulla base di bizantinismi e di cultura giuridica religiosa e laica, ha perso ormai di vista il comune senso di giustizia. Più che un modo di fare giustizia di parte, sembra un modo di fare giustizia cretina. Se venisse adottata una tale decisione, tutti i BR ancora in carcere verrebbero messi in libertà, secondo la teoria Morettina, che sostiene che quegli anni di piombo furono anni di guerra e non di criminalità politica.
Da qui l'assunto: qualora e se i vari Bin Laden e i vari Zhawairi verranno arrestati e processati e condannati per i delitti commessi, dopo qualche anno si potrebbero liberare perché quella che loro fanno non sono azioni terroristiche bensì di guerra. E perché no anche per Milosevic che fece trucidare centinaia di migliaia bosniaci. Oppure Hitler. Non erano anche loro impegnati in un periodo di Guerra dichiarata? Scherziamo? C'è ormai in Italia un sistema giudiziario, che ha perso gran parte le ragioni che giustificano la sua missione. Diventa ogni giorno sorprendentemente assurdo, poiché emette sempre più sovente provvedimenti che con il senso comune di giustizia hanno sempre meno a che fare.
Ci costa un occhio della testa per ogni italiano; è colmo di inefficienze e parassitismi; privilegi e meccanismi diabolicamente astrusi; è divenuto sempre di più un corpo separato senza rispondere a nessuno; è l'unico in Europa che rifiuta la separazione delle carriere; è il meglio pagato e il più inefficiente; sta chiuso per due mesi all'anno per ferie, quando tutti i servizi essenziali dovrebbero funzionare 365 giorni all'anno? Il CSM (Consiglio Superiore della Magistratura), dovrebbe sorvegliare e punire il Magistrato quando viene meno alla deontologia della sua missione, mentre invece è ormai relegato a una sorta di Collegio dei probiviri di associazione Professionale che, come quelli degli Ordini dei medici e dei giornalisti, non hanno mai toccato nessuno, se non per ragioni politiche. Confermando così il proverbio popolare secondo cui: cane non morde cane. Di fronte a questa situazione, ci sarà pure un giorno o l'altro un Giudice a Berlino per i tanti Giudici di Roma? E di Milano!

2 maggio 2007

La Banca di Dio: Lo IOR


«E Gesù entrò nel Tempio di Dio, e scacciò tutti coloro che compravano e vendevano nel tempio, rovesciò i tavoli dei cambiavalute e le sedie di coloro che vendevano le colombe» [ Matteo 21:12, versione di Re Giacomo ]
Lo IOR , meglio conosciuto come “La Banca di Dio” è la banca della Città del Vaticano. Dopo le vicende legate al banco Ambrosiano, al crac e al cardinale Marcinkus, nel 1990 papa Giovanni Paolo II lo ha riformato. Non è soggetta a controlli internazionali, come il meccanismo di trasferimento di denaro e fondi, non è soggetta a nessuna legge anti-riciclaggio e non incorre in nessuna sanzione, né penale né amministrativa, questo gli consente di movimentare somme di denaro sconosciute agli uffici tributari di tutto il mondo... A norma degli statuti entrati in vigore nel 1990 lo IOR, Istituto per le Opere di Religione, è retto da un consiglio di sovrintendenza e da una commissione cardinalizia di vigilanza.
Compongono il consiglio di sovrintendenza:
Angelo Caloia, presidente;
Virgil C. Dechant, americano, dei Cavalieri di Colombo, vicepresidente;
Theodor E. Pietzcker, tedesco, della Deutsche Bank;
José Angel Sánchez Aslain, spagnolo, del Banco Bilbao-Vizcaya;
Robert Studer, svizzero, dell’Union de Banques Suisse.
La commissione cardinalizia di vigilanza è presieduta dal segretario di stato Angelo Sodano ed è composta dai cardinali Jozef Tomko, Eduardo Martínez Somalo, Adam Joseph Maida e Juan Sandoval Íñiguez.
Direttore generale è Lelio Scaletti, con Dario Sabbioni come vice.

I clienti dello IOR possono essere solo esponenti del mondo ecclesiastico: ordini religiosi, diocesi, parrocchie, istituzioni e organismi cattolici, cardinali, vescovi e monsignori, laici con cittadinanza vaticana, diplomatici accreditati alla Santa Sede. A questi si aggiungono i dipendenti del Vaticano e pochissime eccezioni, selezionate con criteri non conosciuti. Il conto può essere aperto in euro o in valuta straniera: circostanza, questa, inedita rispetto alle altre banche. Aperto il conto, il cliente può ricevere o trasferire i soldi in qualsiasi momento da e verso qualsiasi banca estera. Senza alcun controllo. Per questo, negli ambienti finanziari, si dice che lo IOR è l'ideale per chi ha capitali che vuole far passare inosservati. I suoi bilanci sono noti a una cerchia ristrettissima di cardinali, qualsiasi passaggio di denaro avviene nella massima riservatezza, senza vincoli né limiti...La Congregazione per la dottrina della fede-Congregatio pro Doctrina Fidei- finalmente si e' tolta la maschera e sotto quella maschera e' apparso il volto di frate Tomás de Torquemada.(1)
Il segretario della congregazione tale Angelo Amato esperto di terrorismo psicologico, in vero e proprio stile mafioso, contornato di angeli e demoni e fiamme e fuoco, ha voluto avvertirci che a minacciare la vita di ognuno e delle società, non ci sono solo i kamikaze, ma anche: "Il cosiddetto terrorismo dal volto umano".
Cos'e il "terrorismo dal volto umano"?, Per gente che s' intende di nazismo dal volto umano trovare una definizione bella tonda tonda da dare in pasto ai mezzi di comunicazione di massa non e' stato difficile...
Il "terrorismo dal volto umano" e' propagandato, proprio come la "santa inquisizione dal volto umano", dice questo prete ottuso, "dai mezzi di comunicazione" "manipolando ad arte il linguaggio con espressioni che nascondono la tragica realtà dei fatti, come quando l’aborto viene chiamato interruzione volontaria della gravidanza e non uccisione di un essere umano indifeso o quando l’eutanasia viene chiamata più blandamente morte con dignità"
Lui e' il suo capo, quel tedesco prestato al vaticano, avrebbero potuto ben dire la stessa cosa delle "guerre dal volto umano" ma tranne qualche timido belato si sono limitati a mandare i propri impiegati a benedire i contingenti in partenza per i fronti di guerra.
Del resto lo IOR, la banca vaticana, molto probabilmente beneficia dei profitti di guerra per poter elargire carità alle popolazioni colpite dalla guerra e dalla fame!!!
La Congregazione per la Dottrina della Fede (l’ex Sant’Uffizio), l' organismo più importante del vaticano e' il garante dell’ortodossia, ma manipolando le parole si può anche dire "garante della purezza della fede"...
"Il male oggi non è solo azione di singoli o di gruppi ben individuabili, ma proviene da centrali oscure, da laboratori di opinioni false, da potenze anonime che martellano le nostre menti con messaggi falsi, giudicando ridicolo e retrogrado un comportamento conforme al Vangelo": ecco alcuni passi del presunto teologo Amato che per non mettersi sullo stesso piano delle "centrali oscure...che martellano le nostre menti, con falsi messaggi..." ha voluto essere molto chiaro e diretto...e ha scomunicato a mezzo stampa e tv:
"le cliniche abortiste", "autentici mattatoi di esseri umani in boccio"; i laboratori dove si "fabbrica l’Ru 486", o dove si manipolano gli embrioni umani"...-e infine "i parlamenti dove si promulgano leggi contrarie all’essere umano" (ovviamente queste leggi, le leggi buone e cattive, le stabilisce Amato parlando al cellulare con Dio che prima si e' sentito con Ratzinger).
Amato sarà ricordato come il vescovo che scomunicò l'intero pianeta e in particolare quelli che leggono i giornali, utilizzano internet, guardano la tv o ascoltano la radio e che non si sa' come mai vengono associati in direttissima al "culto sacrilego del male".
Ratzinger per bocca del suo tirapiedi porporato e le sue agenzie stampa scomunica i parlamenti ed interviene ai congressi dei partiti politici invitandoli a non farsi affascinare da "una vecchia concezione laicista di ispirazione ottocentesca"...non contenti scomunicano un intero parlamento espressione, sia pure solo formale, di un popolo quello del bel paese...
Questo teologo fascista ha attaccato e demonizzato gli organismi democratici e laici dello Stato che promulgano leggi per l'interruzione di gravidanza...e scomunicato anche il linguaggio, non quello di Bush e delle guerre umanitarie, ma quello "politicamente corretto"...laico...progressista...il linguaggio dei diritti civili...
Ma visto che il monsignor filonazista s'e messo a fare prediche sul male allora parliamo di denaro ad esempio dello IOR...
«Non si governa la Chiesa con un'Ave Maria» così disse una volta Marcinkus (2), il banchiere di Dio, l'uomo che è stato per 17 anni (dal 1971 all'89) il padrone assoluto delle finanze vaticane e che è stato accusato di crimini terribili...:
"coinvolto, in Italia, negli scandali politico-finanziari degli anni ‘70 e ‘80, alleato di personaggi come Michele Sindona e Roberto Calvi, il presidente dell' “Istituto Opere di religione” la banca del Vaticano (3) , al centro del crac del Banco Ambrosiano", non ha mai risposto all'accusa di aver «svuotato» le casse dell'Istituto. Fondi che sarebbero serviti per finanziare, tra l'altro, la resistenza di Solidarnosc contro il regime comunista polacco e la lotta dei «contras» nel Nicaragua finito nelle mani dei rivoluzionari sandinisti.
"Ma lo IOR emerge anche in altre inchieste giudiziarie, come quella, più recente, della Procura di Torre Annunziata su un traffico internazionale d'armi che vide coinvolti il leader nazionalista russo Vladimir Zhirinovski e l'arcivescovo di Barcellona Ricard Maria Charles."(4)
"Giovanni Paolo II ha riformato lo IOR nel 1990, affidandone la responsabilità a «laici cattolici competenti» e riservando ai prelati una funzione di vigilanza. Dal 1989 alla guida dell’istituto siede Angelo Caloia, professore dell’università Cattolica di Milano, ex presidente del Mediocredito Lombardo e oggi a capo di due società di Banca Intesa, una delle quali costituita in Lussemburgo.
Per operare in Europa si avvale di due grandi banche, una tedesca e una italiana. Si fa il nome di Banca Intesa, della quale lo IOR possiede il 3,37% insieme con la Banca Lombarda e la Mittel (il cosiddetto Gruppo bresciano dei soci), e di Deutsche Bank; ma nessuno lo conferma con certezza. E non aderisce alle norme antiriciclaggio sulla trasparenza dei conti. Una banca strana, regolata dalla consegna del silenzio in nome del segreto di Stato.
Al suo arrivo allo IOR, 13 anni fa, Caloia trovò nei forzieri 5 mila miliardi di lire e titoli soprattutto esteri. Oggi lo IOR amministra un patrimonio stimato di 5 miliardi di Euro e funziona come un fondo chiuso, come ha spiegato sempre Caloia. In pratica, ha rendimenti da hedge fund, visto che ai suoi clienti garantisce interessi medi annui superiori al 12%. Anche per depositi di lieve consistenza. Un esempio? La Jcma, un’associazione di medici cattolici giapponesi, nel 1998 ha depositato 35mila dollari presso la banca vaticana. A 4 anni di distanza si è ritrovata sul conto quasi 55mila dollari: il 56% in più. E se i clienti guadagnano il 12% medio annuo, vuol dire che i fondi dell’Istituto rendono ancora di più. Quanto, però, non è dato saperlo.
Quindi lo IOR investe bene. Secondo un rapporto del giugno 2002 del Dipartimento del Tesoro americano, basato su stime della Fed, solo in titoli Usa il Vaticano ha 298milioni di dollari: 195 in azioni, 102 in obbligazioni a lungo termine (49milioni in bond societari, 36milioni in emissioni delle agenzie governative e 17milioni in titoli governativi) più 1milione di euro in obbligazioni a breve del Tesoro. E l’advisor inglese The Guthrie Group nei suoi tabulati segnala una joint venture da 273,6milioni di euro tra IOR e partner Usa. Di più è impossibile sapere. Soprattutto sulle società partecipate all’estero dall’istituto presieduto da Caloia.
Basta un esempio per capire dove i segreti vengono conservati: le Isole Cayman, il paradiso fiscale caraibico, spiritualmente guidato dal cardinale Adam Joseph Maida che, tra l’altro, siede nel collegio di vigilanza dello IOR. Le Cayman sono state sottratte al controllo della diocesi giamaicana di Kingston per essere proclamate Missio sui iuris, alle dipendenze dirette del Vaticano."
( http://www.homolaicus.com/storia/contemporanea/ior/ior.htm )
http://www.radioradicale.it/anticlericalismo/attualita/vaticano_multinazionale.php )
Il male finanziario targato IOR offriva ed offre possibilità di un investimento finanziario a tassi astronomici, almeno il 12%, senza alcun rischio per il capitale, le percentuali nell'anno del Giubileo erano arrivate perfino a 18%...
Quest'estate il Cardinale Sebastiani ha dichiarato che, nonostante le notevoli spese di effettuate per i funerali di papa Giovanni Paolo II e la transizione a papa Benedetto, il Vaticano ha chiuso il bilancio 2005 con un surplus in positivo.
Secondo Paolo Trombetta, principale contabile del Vaticano, i milioni di visitatori che sono arrivati a Roma in quel periodo e che continuano ad arrivare da tutto il mondo, hanno avuto un impatto positivo sulle vendite di stampe, monete, libri ed altri souvenir, bilanciando le spese...
I contabili del Vaticano possono anche vantare un profitto del settore investimenti, che nel 2005 ha raggiunto i 55 milioni di dollari, una crescita molto considerevole rispetto ai 7,7 milioni del 2004.
L'aumento dei tassi d'interesse e del tasso ci cambio hanno dato al Vaticano la condizione economica migliore negli ultimi 8 anni, dichiara il Cardinale Sebastiani. I redditi provenienti dai 30 edifici e ai 1.700 appartamenti del Vaticano a Roma sono stati di 65 milioni di dollari.
La Città del Vaticano, uno degli stati sovrani più piccoli del mondo, la cui amministrazione costa 250 milioni di dollari all'anno, ha chiuso il 2005 con un surplus di diverse decine di milioni di dollari.
Il portafoglio degli investimenti rimane un segreto ben custodito, eccetto il fatto che esso è diviso in un 80% di bond a bassa rendita e un 20% di azioni. Il Cardinal Sebastiani lo definisce un investimento prudente.
Ma veniamo a Marcinkus: il sacerdote rude e spregiudicato che entrò nella Curia romana nel '69 e fu nominato vescovo nel 1981, è stato però sempre protetto da Giovanni Paolo II. Il crollo dell'Ambrosiano e l'assassinio di Roberto Calvi risalgono all'estate del 1982. Emerse subito che gran parte dei 1.800 miliardi di lire sottratti alle finanze della banca erano finiti direttamente o indirettamente allo IOR o a organizzazioni indicate dalla banca vaticana. In un memorabile intervento alla Camera, l'allora ministro del Tesoro Nino Andreatta chiese alla Chiesa e allo stesso Pontefice di riconoscere le colpe dello IOR e di correre ai ripari. Il cattolico Andreatta pagò questo atto di lealtà agli interessi della Repubblica con una lunga emarginazione: per molti anni la Democrazia cristiana gli negò ruoli di partito e di governo."
In Italia il nome di Marcinkus resta legato alla stagione più torbida della storia politica del Dopoguerra: il tentativo della loggia massonica P2 e di alcuni ambienti finanziari di occupare varie istituzioni del nostro Paese. Una stagione macchiata dal sangue di molti delitti di mafia intrecciati con queste vicende politico-finanziarie, segnata dalle gesta della Banda della Magliana e sulla quale non si è mai riusciti a fare pienamente luce: molti dei protagonisti, a partire proprio da Calvi e Sindona, sono stati infatti «eliminati», mentre chi conosceva pezzi della realtà ha preferito tacere, lasciando campo libero alle accuse formulate (ma mai verificate) da «faccendieri» come Francesco Pazienza e Flavio Carboni. La figura di Marcinkus ha continuato così a galleggiare per anni in un mare di accuse mai provate: non solo quelle della magistratura, prevalentemente a sfondo finanziario, ma anche le ricostruzioni di saggisti che lo hanno dipinto addirittura come il mandante dell'assassinio di papa Luciani. Il pontificato di Giovanni Paolo I durò appena 33 giorni: fu trovato morto all'alba del 29 settembre del 1978."(La morte di Paul Marcinkus, “banchiere di Dio” in esilio di Massimo Gaggi-IL GAZZETTINO)
L' Istituto per le Opere di Religione (IOR) opera in tutto il mondo da un'unica sede, situata in Vaticano nel torrione di Niccolò V addossato al palazzo del Papa.
Lo IOR non fa prestiti e non emette assegni propri. Il suo scopo essenziale è far fruttare i patrimoni perché siano impiegati in opere di bene. Una parte cospicua delle rendite è devoluta al pontefice.
L'Istituto è un organismo finanziario vaticano , secondo una definizione data dal cardinale Agostino Casaroli - ma non è una banca nel senso comune del termine. Lo Ior utilizza i servizi bancari, però l'utile non va, come nelle banche normali, agli azionisti (che nel caso dello IOR non ci sono) ma risulta a favore delle "opere di religione".
A ogni cliente viene fornita una tessera di credito con un numero codificato: né nome né foto. Con questa si viene identificati: alle operazioni non si rilasciano ricevute, nessun documento contabile. Non ci sono libretti di assegni intestati allo IOR: chi li vuole dovrà appoggiarsi alla Banca di Roma, convenzionata con l'istituto vaticano. I suoi bilanci sono noti a una cerchia ristrettissima di cardinali, qualsiasi passaggio di denaro avviene nella massima riservatezza, senza vincoli né limiti. Si racconta, tra leggenda e realtà, che quando Giovanni Paolo II, dopo lo scandalo Calvi, chiese l'elenco di tutti i correntisti dello IOR, si sentì rispondere: "spiacenti, santità, ma la riservatezza dei clienti è sacra". (http://www.lavocedellacampania.it/ )
Ma la banca di DIO fa affari in ogni settore: "Fondi neri della Gea World” e conti bancari segreti in Vaticano. Milioni di euro provenienti da operazioni di calcio-mercato, spariti poi dai bilanci della società di collocamento calciatori presieduta da Alessandro Moggi e amministrata da Franco Zavaglia. I PM romani Luca Palamara e Maria Cristina Palaia stanno concentrando la loro inchiesta sul denaro che da vicolo Barberini, sede della Gea a Roma, porterebbe direttamente allo IOR. Secondo gli inquirenti molti capitali sarebbero stati depositati proprio nella banca di Dio.
S'apre, così, uno scenario da alta finanza che potrebbe spingere i magistrati romani a ipotizzare nuovi reati come falso in bilancio e riciclaggio. Per la Procura esisterebbe una contabilità occulta ma solo a carico della Gea World, società di cui Chiara Geronzi, figlia del presidente di Capitalia, è maggiore azionista con il 32,4%.
Per lo IOR sono solo sospetti ...
Dimenticavo, nel sito web del Vaticano lo IOR non c’è. In compenso, c’è una sezione speciale in più lingue dedicata all’Obolo di San Pietro, visitatelo.