11 febbraio 2009

Se il nonno è in ansia e fa pedinare il nipote


Sono i nonni ad essere sempre più preoccupati della vita segreta dei loro nipoti. Trascorrono con loro i pomeriggi dopo la scuola, mentre i genitori sono a lavoro. Notano i cambiamenti dei ragazzini, subiscono i malumori e l'irascibilità dei loro atteggiamenti. Quattordicenni chiusi in se stessi.
E proiettati in un mondo che i familiari conoscono solo attraverso il racconto di tv e giornali. Senza più dialogo, l'unica soluzione è rivolgersi a qualcuno, a chi è in grado di seguire il nipote senza farsi scoprire. Riferire su dove va la notte quando non rientra e con chi è stato tutto quel tempo. E, soprattutto, se beve e fa uso di stupefacenti.
Cresce a Roma il numero di chi si rivolge a un investigatore privato per indagini su minori e droga. Dopo l'adulterio, è il campo che più impegna gli Sherlock Holmes di casa nostra. E i nonni hanno superato i genitori nelle richieste di intervento.
Le agenzie sponsorizzano servizi creati ad hoc, che spiegano rischi e pericoli fin nei minimi dettagli. «Difesa minori e antidroga», si legge in un volantino pubblicitario: «un servizio per tutti quei genitori che pensano che il proprio figlio possa correre pericoli di vario genere o essere entrato in loschi giri di droga». Tra gli annunci, c'è chi propone un «servizio di osservazione specifica e mirata con riferimento ai fenomeni di devianza giovanile e sui comportamenti sospetti (droghe, amicizie deviate)». Un investigatore privato, più esplicito, scrive nel proprio sito internet: «I tuoi figli tornano tardi? Temi che si possano drogare? Prevenire significa risparmiare molto ed evita problemi futuri con la legge e nel lavoro. Hai dubbi sulle amicizie e sulle persone che frequentano i tuoi figli? Ricordati che la droga e la delinquenza sono pronte ad approfittare della debolezza dei giovani». Ma quanto è diffuso questo fenomeno? «Abbiamo registrato un aumento di richieste di investigazioni direi del 400 per cento negli ultimi due anni», spiega Miriam Tomponzi, titolare della «Miriam Tomponzi Investigations». «Con un incremento soprattutto nel periodo estivo, subito dopo la chiusura delle scuole» spiega Bernardo Ferro, titolare dell'agenzia «La segretissima». I figli pedinati hanno dai 12 ai 16 anni. Spesso ci sono cambiamenti improvvisi nei loro comportamenti alla base della scelta del genitore. Altre volte, invece, basta la paura di chi teme i pericoli dell'esterno. E tra i nonni l'intenzione è quella di voler essere certi di un reale pericolo nella vita del nipote prima di segnalarlo ai genitori: «Tra alcol e droghe, e con tutto quello che si vede in tv, la preoccupazione è inevitabile», spiegano gli investigatori. «Gli anziani poi non vogliono far dispiacere inutilmente i loro figli». E spesso le indagini investigative confermano i timori dei committenti: «Ne ho fascicoli pieni - continua Bernardo Ferro - Tante altre volte, invece, i sospetti non trovavano alcun riscontro». E ci vogliono almeno tre sabati notte di seguito per consegnare le prove, con appostamenti che cominciano dal pomeriggio e finiscono all'alba, quando i ragazzi rientrano a casa. Con operatori giovani, ventenni, infiltrati nelle discoteche per non destare sospetti, ed altri, più grandi, che effettuano pedinamenti ad ampio raggio. «Dopo Milano, e Napoli per altri versi, a Roma c'è l'emergenza droga più forte, sia nelle scuole private del centro che in quelle pubbliche delle periferie - spiega Miriam Tomponzi - Per non parlare dei locali, dove troviamo questi ragazzini deglutire, insieme, pasticche e bevande a base di taurina».
Viviana Spinella (Il Tempo)

15 maggio 2008

CASSAZIONE: SPIA LA MOGLIE CON UNA CIMICE IN TELEFONO, CONDANNATO


ROMA - I mariti, per gelosia, non possono mettere le 'cimici' nel telefono della casa coniugale per controllare le conversazioni della propria consorte della quale sospettano l'infedeltà. Lo sottolinea la Cassazione. Infatti la Suprema corte - sentenza 19368 della Quinta sezione penale - ha confermato la condanna (la cui entità non è riportata in sentenza) nei confronti di un libero professionista di Gela che, temendo di essere tradito dalla moglie, aveva installato un apparecchio per intercettare le conversazioni telefoniche della dolce metà. Senza successo Giuseppe A. (54 anni) ha provato a discolparsi, in Cassazione, sostenendo che la 'cimice' gli serviva non già per spiare la moglie ma per "individuare l'autore di molestie telefoniche indirizzate anche verso la figlia minorenne". Ma i giudici di Piazza Cavour non gli hanno creduto perché da una perizia era emerso che quell'apparecchio non poteva individuare alcuna utenza ma solo registrare le conversazioni. Era stata proprio la moglie del professionista, Vincenza S., a scoprire casualmente "l'aggeggio" nascosto nel telefono: la donna presentò denuncia "indicando la probabile ragione nella indagine che conduceva il geloso consorte sulle sue supposte amicizie extra-coniugali". Ora Giuseppe ha pagato caro il suo temperamento da 'Otello'. (Ansa)

15 febbraio 2007

Lettera aperta al Presidente della Repubblica


A Onorevole Giorgio NAPOLITANO
Presidente della Repubblica Italiana
Palazzo del Quirinale 00100- ROMA
Esimio Presidente,
mi permetto di scriverLe questa lettera a seguito delle dichiarazioni del presidente croato, Stipe Mesic, che ha affermato di aver intravisto nelle sue dichiarazioni, in occasione della Giornata del ricordo delle foibe "elementi di aperto razzismo, revisionismo storico e revanscismo politico".
In particolare il suo omologo croato non ha gradito che Lei abbia definito i fiumani ed i dalmati “vittime di un moto di odio e di furia sanguinaria e di un disegno annessionistico slavo che prevalse nel Trattato di pace del 1947 e che assunse i sinistri contorni di una pulizia etnica".

Ebbene , con tutto il rispetto dovuto, alla carica che ricopre più che alla Sua persona, non sono del tutto d’accordo con l’ondata di voci sdegnate dei nostri politici che si sono affrettati a difenderLa ed a bollare Mesic come un matto.
Troppo facile insultare chi critica senza farsi un esame di coscienza e senza chiedersi cosa possa aver scatenato una tale reazione da parte del presidente croato, finora definito liberale e moderato.

Lei se l’è fatto un esame di coscienza, caro Presidente? (La prego, Signor Presidente, non mi cestini già a questo punto. Devo ancora chiederLe un po’ del Suo tempo)
Ad una prima lettura superficiale del discorso da Lei recentemente pronunciato sembrerebbe di sì.
Tanto che tutti, da sinistra, ma soprattutto da destra, si sono affrettati ad urlare al miracolo: un uomo di sinistra come lei, con il suo passato politico, che finalmente ammetteva, non solo la tragedia che ha colpito circa 15.000 persone, ma soprattutto che condannava la congiura del silenzio che aveva dolosamente nascosto questo dramma per 60 anni.
E devo ammettere che anch’io ero contento che Lei si fosse assunto “la responsabilità di aver negato o teso ad ignorare la verità per pregiudiziali ideologiche e cecità politica” .

Ma non mi basta.
E forse non basta neppure a Mesic. Forse non basta alle vittime delle foibe ed ai loro parenti.
Perché, leggendo con più attenzione il suo discorso, manca qualcosa, manca un pezzo di storia, manca un tassello fondamentale, manca una parola, che è un’ammissione di responsabilità, ma che Lei si ostina a nascondere “per pregiudiziali ideologiche e cecità politica”.
Manca proprio quella parola che racchiude in sé centinaia di milioni di morti: COMUNISMO.

Lo scrivo maiuscolo, esimio Presidente, perché Lei non può continuare a far finta che non sia mai esistito e che non abbia mai causato tutti i morti che ha causato, e poi pretendere che chi ha subìto sulla propria pelle quella immane tragedia, che sono stati i regimi comunisti dell’est Europa, faccia finta di niente.

Troppo comodo dire che le foibe sono state solo colpa di Tito e delle mire espansionistiche jugoslave.
Se vuole davvero far qualcosa perché il 'Giorno del Ricordo ' si trasformi seriamente in “un solenne impegno di ristabilimento della verità”, la verità va detta tutta.

E la verità che Lei si ostina a tacere e a nascondere dolosamente è che tra gli assassini infoibatori c’erano anche tanti, tantissimi, partigiani comunisti italiani.
Italiani traditori della loro Patria, che per anni hanno combattuto contro i propri fratelli e compatrioti per far sì che il Venezia Giulia finisse sotto il regime comunista di Tito.
Maledetti assassini italiani comunisti che hanno fatto strage di altri italiani, istriani, dalmati, non per pulizia etnica, ma perché si opponevano al loro tentativo di spostare la cortina di ferro qualche chilometro più a ovest.

E così come lo sa Lei, lo sa bene Mesic e lo sanno ancor meglio tutti gli abitanti del Venezia Giulia, dell’Istria, della Dalmazia, della Slovenia e della Croazia, che hanno avuto migliaia di morti a causa della guerra che le truppe “ titine”!, affiancate dai partigiani comunisti italiani, hanno combattuto per anni, dopo il ‘45, per annettere quelle terre alla Jugoslavia.
Allora, magari, esimio Presidente, ammettendo questo, non si possono certo giustificare le parole piuttosto aggressive di Mesic, ma forse si possono anche capire.
Io non so cosa gli sia passato per la mente e certamente ha sbagliato, ma ho la sensazione che gli abbia dato decisamente fastidio passare per il presidente di un popolo cattivo, mentre un comunista, ideologicamente molto vicino agli assassini comunisti partigiani infoibatori, abbia scaricato sugli slavi tutte le colpe, anche quelle che non avevano, e si sia spacciato per il presidente buono di un popolo, autodefinito esclusivamente vittima.
Magari sentendola scaricare su croati e sloveni tutta la responsabilità di quella tragedia, liquidata fin troppo facilmente come pulizia etnica, si sarà un po’ infuriato nel vedere che Lei non si assumeva la benché minima responsabilità morale per quanto accaduto.
Può anche darsi che gli abbia dato fastidio sentirsi dare lezioni di verità da uno che giusto pochi mesi fa, con enorme fatica e dopo essere stato ripetutamente tirato per la giacchetta, si è finalmente deciso ad ammettere di aver sbagliato a chiamare "teppisti" e "spregevoli provocatori" gli operai insorti nella rivoluzione ungherese del ’56, ed a definire l’invasione sovietica, che aveva sedato nel sangue la rivolta ungherese, un elemento di "stabilizzazione internazionale" e un "contributo alla pace nel mondo". Forse si sarà infastidito nel notare che, ancora oggi, i nostri comunisti si permettono di dare lezioni di verità storica al mondo, ma si ostinano a non ammettere le migliaia di morti che hanno causato i partigiani comunisti, quando la guerra era già finita da tempo.
Potrebbe essersi stupito nel notare che, dopo le sue parole, il Manifesto e i giornali a Lei cari parlassero ancora di vendette degli slavi per le stragi fasciste.
Forse si sarà offeso nel sentirsi dare del popolo vendicatore e assassino, quando invece lui sa bene che le peggiori vendette sono state proprio quelle degli italiani partigiani rossi comunisti, non solo contro i fascisti, ma contro gli stessi partigiani bianchi.
È probabile che gli abbia dato fastidio il notare che Lei taceva di un’altra scomoda verità: i morti non erano solo italiani, ma tanti , tantissimi sloveni e croati che si opponevano al regime comunista.
Diciamoci la verità, caro Presidente: i morti delle foibe sono vittime del comunismo. Punto e basta.
E gli assassini infoibatori erano comunisti. Punto e basta.
Non si possono fare distinzioni di nazionalità, né tra gli assassini né tra i morti.
Troppo facile parlare di pulizia etnica e di mire espansionistiche.
Troppo comodo dare tutte le colpe agli jugoslavi e far finta che gli italiani non abbiano cercato con la forza di annettere un pezzo d’Italia al blocco comunista.
Ecco che magari, se ammettiamo questo, diventa più difficile dare completamente torto a Mesic, se si è un pochino, ma non più di tanto, alterato nel leggere il suo discorso.
E già che siamo in vena di esami di coscienza, caro Presidente, perché non si guarda allo specchio e non si chiede se gli arresti dei 15 brigatisti di ieri non siano figli della stessa negazione di verità storiche.
Restiamo l’unico Paese europeo che non si vergogna ad avere nella maggioranza governativa partiti e uomini che si dichiarano apertamente comunisti.
Assumiamo brigatisti (comunisti), mai veramente pentiti, nei posti più importanti delle nostre istituzioni.
Chiamiamo terroristi (comunisti), che non hanno neppure finito di scontare la propria pena, a discutere dal pulpito della nascita di uno dei più importanti partiti del Paese.
Permettiamo che tornino a piede libero, senza aver mai fatto un giorno di galera, capi terroristi (comunisti) che si proclamano tutt’oggi rivoluzionari pronti a prendere le armi.
Graziamo assassini (comunisti). Anzi, per la verità è stato il suo primo atto ufficiale dopo la sua elezione.
Intitoliamo aule del Senato a devastatori di professione no-global (comunisti) che hanno tentato di uccidere agenti dello Stato che lei dovrebbe rappresentare.
Candidiamo a importanti cariche amministrative poeti idioti (comunisti) che incitano all’odio di classe.
Demonizziamo ripetutamente gli avversari politici ed in particolare incitiamo all’odio collettivo nei confronti dell’ex capo del governo.
Continuiamo a ignorare, come se non esistesse e non fosse storicamente importantissima, la risoluzione del Consiglio d’Europa che, finalmente, dopo 60 anni di bugie, ha equiparato il comunismo al nazismo ed ha riconosciuto che questo infame regime ha causato almeno 100 milioni di morti.
Proponiamo leggi che puniscono chi nega l’olocausto, ma non ci sogniamo minimamente di estenderle a chi nega che il comunismo sia stato un male ben peggiore.
E allora, esimio Presidente, quando la sera al Quirinale si mette il pigiamino presidenziale e si stende nel lettone non sente il peso di queste negazioni, di queste bugie, di questi morti?
Non si sente un po’ in colpa se ancora esistono le Brigate Rosse?

Con ossequio,

Bernardo Ferro direttore della Segretissima Investigazioni –Roma-

12 febbraio 2007

BRIGATE ROSSE: Il ritorno del partito armato

Mentre pensiamo e ci trastulliamo con le Veroniche ed i Silvi, o con i Dico, ex Pacs, con i pacchi di Rai Uno o con l’imminente, imprescindibile, festività di San Valentino, nell’ombra continua ad esserci chi fa terribilmente sul serio.
E’ notizia di queste ultime ore che la Digos, con una imponente operazione che ha visto impegnati contemporaneamente cinquecento uomini e che si è svolta a Milano, Torino, Padova e Trieste, ha arrestato quindici persone e, probabilmente, sventato la riorganizzazione delle Brigate Rosse.
A detta degli inquirenti ed il ministro Amato, queste nuove Brigate Rosse si chiamano “Seconda Posizione” e, come le altre, si ispirano al marxismo-leninismo, predicando la rivoluzione del proletariato e la presa comunista del potere.
Secondo il ministro dell’Interno l’organizzazione stava preparando un clamoroso attentato, che ora è presumibilmente da ritenersi sventato. Gli indagati, tra cui alcuni ex sindacalisti, sono accusati di ricostruire il vecchio partito armato” le Brigate Rosse”. Amato: «Forse sventato un attentato»
Operazione scattata all'alba, si è intensificata in diverse regioni del Nord Italia contro gruppi legati alla rinascita delle Br. Apprezzato dal ministro dell'Interno, Giuliano Amato: «Probabilmente questa volta siamo riusciti a prevenire un attentato brigatista. E lo abbiamo fatto grazie a due anni di indagini condotte con grande professionalità dalle Digos di Milano, Padova, Torino e Trieste, sotto la direzione dell'Ucigos, non senza l'importante collaborazione dell'intero sistema di sicurezza antiterrorismo, a cominciare dal Sisde. Per mesi i componenti di questa colonna brigatista sono stati sottoposti non solo a intercettazioni, ma anche a controlli ravvicinati quotidiani, facendo emergere prove sufficienti per arrivare al loro arresto. Era un'organizzazione strutturata e di forte pericolosità, ma i nostri uomini sono riusciti a intervenire prima che producesse danni seri». «È un successo importante - ha concluso Amato - all'interno di un'attività antiterrorismo che prosegue. L'azione di oggi, infatti, testimonia la presenza nel Paese di focolai brigatisti non ancora rimossi. Questo che abbiamo sgominato, lo sappiamo, non è l'ultimo».
Sono 15 le persone arrestate nel corso del blitz antiterrorismo nel Nord Italia e tutte sarebbero accusate di far parte di un progetto che avrebbe tentato di rilanciare le Brigate Rosse che facevano parte della cosiddetta «seconda posizione». L'operazione è scattata all'alba nel nord Italia. Molti gli indagati, accusati di appartenere a una formazione eversiva di stampo marxista leninista. Il reato è previsto dall' articolo 270 bis del Codice penale: associazione con finalità di terrorismo anche internazionale o di eversione dell'ordine democratico. Nel corso dell'operazione sono stati eseguiti anche arresti in esecuzione di provvedimento cautelare emesso dall'autorità giudiziaria di Milano. Oltre 80 le perquisizioni in varie regioni. Tra le prove raccolte dagli inquirenti, a quanto si è saputo, ci sono anche esercitazioni di tipo paramilitare che gli indagati avrebbero compiuto andando a sparare con armi corte e lunghe in zone di campagna. Queste esercitazioni sono state anche filmate.
Tra le persone arrestate c'è anche Alfredo D'Avanzo, 49 anni, ritenuto uno dei capofila di "Seconda posizione". D'Avanzo era stato condannato nell' 82 a dieci anni di carcere per rapina a mano armata ed era stato fermato il 20 gennaio '98 a Parigi su richiesta della magistratura italiana, e rimesso in libertà qualche giorno dopo dalla Corte d' Appello della capitale francese. Oltre a D'Avanzo, tra i destinatari dell' ordinanza cautelare in carcere firmata dal gip Salvini ci sono anche alcuni sindacalisti della Cgil, già sospesi.
L'operazione, spiega una nota, trae origine da una lunga inchiesta, coordinata dal sostituto procuratore della Repubblica presso il Tribunale di Milano Ilda Bocassini, avviata nell'estate del 2004. Le indagini sono state condotte, sotto la direzione dell'Ucigos e dalle Digos di Milano, Padova e Torino, Trieste.
Nell'operazione, condotta congiuntamente dalle questure di Milano, Padova e Torino, avviata alle prime luci dell'alba, sono state compiute una ventina di perquisizioni nelle abitazioni dei giovani vicini al Centro sociale Gramigna di Padova, portando a termine sei arresti.
Leggere questa notizia mi rattrista tantissimo, mi riporta indietro di anni, gli anni che hanno segnato una storia del nostro paese, dove anch’io ero in prima linea. Mi aspettavo che i soliti "odiatori di professione" stessero tramando qualcosa. Del resto i loro cattivi maestri sono osannati, serviti e riveriti da tanta parte della sinistra, sinistrata, sinistrante. A questo punto mi chiedo cosa davvero pensi il Dott. Sottile e perchè stia ancora con una maggioranza pavida e, per molta sua parte, opportunista e giustificazionista nei confronti di certa "feccia". Ancora compagni che sbagliano? E in cosa di grazia? Pronti a sabotare lo Stato poichè a governare ci sono i loro “compagnucci” di merende. Non capisco e, ovvio, non mi adeguo.

10 febbraio 2007

Foibe - 10 febbraio 2007- Giornata del Ricordo


Il termine«foiba» (dal latino "fovea", "fossa") veniva utilizzato per definire le numerose voragini (ne sono state censite 1.700) che sprofondano per centinaia di metri nelle viscere della terra, caratterizzate da cavità di ogni genere, cunicoli, grotte, acque che scorrono fra tortuosi, profondi meandri e che caratterizzano l'altipiano roccioso del Carso, un territorio che si estende su notevole parte della Venezia Giulia in provincia di Trieste, dell’Istria e della Dalmazia.

La convivenza fra Italiani e Slavi

Nel periodo della Serenissima Repubblica Veneta (1420/1797) le due etnie convivevano in Istria con una certa armonia; è dopo il 1866, quando alla fine della terza guerra di Indipendenza si fanno più insistenti i movimenti nazionalisti, che l’Austria, presente dal 1814, per contenere il gruppo etnico italiano, gli concede maggiori privilegi rispetto a quello slavo. La scelta alimenta le tensioni fra le diverse etnie, ma è dopo il Trattato di Rapallo (12 novembre 1920), quando il confine orientale vede annessi all'Italia territori ad etnia mista italo-croata e italo-slovena che le tensioni diventano ancora più forti. Infatti, a seguito del nuovo assetto politico comincia l’italianizzazione delle “terre irredente”: da altre regioni arrivano funzionari ed impiegati pubblici, che si sostituiscono a quelli locali, la lingua ufficiale diventa l’italiano, dialetti e lingue dei popoli presenti sul territorio sono vietati; se l’effetto di tali cambiamenti è relativamente doloroso nelle città della costa, dove comunque gli “italiani” erano in maggioranza e dove bi e trilinguismo erano la norma; questi cambiamenti vengono mal accolti nelle zone rurali e nell’interno, dove gli slavi si ribellano violentemente alle imposizioni del Regno d’Italia

I fatti del 43/45

L'uso delle foibe per occultare i cadaveri durante e la seconda guerra mondiale avvenne in due distinti periodi. Il primo risale al ’43, immediatamente dopo l’8 settembre quando l'Istria interna diventa terra di nessuno perché i tedeschi, impegnati ad occupare i centri strategici di Trieste, Pola e Fiume, trascurano l'entroterra per carenza di forze. Ad una prima fase “spontaneista” e che fu un fatto di giustizia popolare sommaria, perché la popolazione dell’Istria slava, vedeva in queste azioni il proprio riscatto dopo le oppressioni patite dall’etnia italiana (ma anche per regolare questioni di interesse personale), ne seguì un'altra, contrassegnata dal riuscito tentativo degli organi del Movimento popolare di liberazione jugoslavo di assumere il pieno controllo della situazione militare e politica, grazie anche all'arrivo in Istria di forze partigiane e quadri dirigenti del Partito comunista croato. In quella circostanza le vittime furono cittadini del gruppo etnico italiano, rei di avere nutrito idee politiche diverse da quelle degli occupanti e della colpa di essere italiani. In questa fase le vittime furono: non più di 600 secondo le autorità italiane, migliaia secondo la Wehrmacht ed alcuni testimoni italiani, stando a quanto riportato dai tedeschi dopo la ripresa del controllo del territorio istriano da parte della Germania nazista. Ben più sanguinoso fu invece lo sterminio che ebbe luogo tra il 1° maggio e il 12 giugno 1945 e che si svolse principalmente nelle città di Trieste e di Gorizia. Tra marzo e aprile anglo-americani e jugoslavi sono impegnati nella corsa per arrivare primi a Trieste, il 28 aprile 1945, Mussolini viene ucciso dai partigiani a Dongo (Co) le armi tacciono. All'alba del 30 aprile 1945 Trieste imbraccia le armi contro i Tedeschi. Tra le migliaia d'insorti ci sono rappresentanti dei risorgenti partiti politici italiani, Militari dei Carabinieri, della Guardia di Finanza e della Guardia Civica. A sera, dopo sanguinosi scontri a fuoco i "Volontari della Libertà", hanno il controllo di buona parte della città. Il 1° maggio, alle 9:30: Trieste viene “liberata” dalla IV armata di Tito: tra loro non c’è nessuna unità partigiana italiana. Gli ordini di Tito e del suo ministro degli esteri Kardelj sono inequivocabili: «Epurare subito», «Punire con severità tutti i fomentatori dello sciovinismo e dell’odio nazionale», l’obiettivo era quello di sedersi al tavolo delle trattative degli alleati dopo essersi impossessato dell’Istria, Trieste e Gorizia fino all’Isonzo, ma soprattutto dopo aver “ripulito” il territorio dalla presenza italiana, in modo da legittimare la consegna di queste terre alla Jugoslavia. I "Volontari della Libertà" vengono disconosciuti, come i partigiani del CLN, costretti a rientrare nella clandestinità. Gli Slavi assumono i pieni poteri. Nominano un Commissario Politico, impongono il coprifuoco e dispongono il passaggio all'ora legale per uniformare la Città al "resto della Jugoslavia". In città vige il terrore. Ha inizio la tragedia, che si protrae per alcune settimane, sebbene a Trieste e a Gorizia - fra il 2 e il 3 maggio - sia arrivata anche la seconda divisione neozelandese del generale Bernard Freyberg, inquadrata nell’VIII armata britannica, che assiste senza intervenire, in attesa di ordini da Londra.
L'otto maggio Trieste viene proclamata "città autonoma" della "Settima Repubblica Federativa di Jugoslavia". Si prelevano i cittadini dalle case, alcuni sono vittime di regolamenti personali, pochi fascisti o collaborazionisti, ma molti Combattenti della Guerra di Liberazione: agli occupatori preme dimostrare di essere i liberatori del capoluogo giuliano, ben presto si scopre che i prelevati finiscono nelle foibe o nei campi di concentramento di Tito. Iniziano arresti indiscriminati, confische, requisizioni, violenze d'ogni genere, i triestini chiedono, invano l’intervento del Comando Alleato. Finalmente arriva l’ordine da Londra e gli Angloamericani intimano alle truppe slave di ritirarsi. Il 9 giugno a Belgrado, il Leader iugoslavo, verificato che Stalin non era disposto a sostenerlo nella presa di Trieste, fa arretrare le sue truppe e con il ritiro delle milizie slave ha termine il regime del terrore ed il massacro. Tito e il generale Alexander tracciano la linea di demarcazione Morgan, che prevedeva due zone di occupazione – la A e la B – dei territori goriziano e triestino: la prima sotto quello Angloamericano, la seconda sotto quello slavo. Solo nell'ottobre del 1954 l'Italia prese il pieno controllo di Trieste, lasciando l'Istria all'amministrazione jugoslava.

Il rituale delle foibe

Le violenze alle quali i prigionieri vengono sottoposti prima dell'eliminazione sono indescrivibili: molti venivano evirati, altri torturati, con le donne si adottava la sevizia e o lo stupro. Nelle località costiere si procedeva agli annegamenti collettivi: legati l'uno all'altro col filo dì ferro e opportunamente zavorrati con grosse pietre, i prigionieri venivano portati al largo su grosse barche e gettati in mare. Ma il metodo più diffuso per sbarazzarsi dei cadaveri fu quello dell'infoibamento: considerato più pratico e facilmente occultabile. Caricati su autocorriere o su autocarri requisiti, i prigionieri venivano portati, preferibilmente di notte, nelle vicinanze di una foiba. Ad essi venivano legati, con filo di ferro stretto da pinze, i polsi sul davanti, se erano vestiti si ordinava loro di alzare le braccia e di sollevare sul capo la giacca in modo da coprirsi il volto. Le donne dovevano nascondersi il volto con la sottana. Avvicinati i prigionieri sull'orlo della foiba a gruppi, si procedeva all'esecuzione, sparando un colpo di arma da fuoco alla nuca, al volto o al torace delle vittime: i corpi venivano poi fatti precipitare nel baratro. A volte i condannati vennero posti l'uno di fianco all'altro, spalla contro spalla, e legati all'altezza delle braccia con il filo di ferro, a due a due o a gruppi più consistenti. Ammassati tutti sul ciglio, si sparava ai più vicini al precipizio in modo che, cadendo nel vuoto, trascinassero gli altri ancora vivi. Per impedire ogni ricerca e identificazione, talvolta i prigionieri venivano condotti nudi sul luogo dell'esecuzione. A volte, dopo l'infoibamento, si facevano brillare delle mine in prossimità dell'apertura della voragine, ottenendo in tal modo il franamento e l'ostruzione della cavità.
Un altro macabro rituale caratterizzava questi orrendi massacri: dopo l'infoibamento delle vittime veniva lanciato sul mucchio dei cadaveri un cane nero vivo: secondo un'antica leggenda balcanica, l'animale "latrando in eterno toglieva per sempre agli uccisi la pace dell'aldilà".

Il numero delle vittime

E’ difficile fare una stima esatta delle vittime; i ritrovamenti sono stati parziali, considerando la difficoltà dei recuperi, l’impossibilità di effettuarli nelle foibe site nell’ex Jugoslavia ed anche perché tutti i documenti anagrafici sono andati completamente distrutti (in linea con il principio di far scomparire qualsiasi traccia della presenza italiana). Lo storico Raoul Pupo indica in circa 5.000 il numero dei morti. Per il tenente colonnello inglese De Gaston, capo del “Patriots Office”, i soli infoibati furono circa 9.800, di cui oltre 4.000 civili, donne e bambini compresi. Da un'indagine più precisa del Centro studi adriatici, diretto da Luigi Papo, raccolta in un albo pubblicato nel 1989 le vittime sono 10.137: 994 infoibate, 326 accertate ma non recuperate dalle profondità carsiche, 5.643 vittime presunte sulla base di segnalazioni locali o altre fonti, 3.174 morte nei campi di concentramento iugoslavi; una stima totale, sempre secondo tale centro di studi, è di circa 17.000 vittime, comprendendo i morti nei campi di concentramento e fucilati, che probabilmente furono poi occultati nelle foibe.

I profughi dalmati

Una delle tante pagine non scritte della nostra storia recente è l'Esodo di 350.000 fiumani, istriani e dalmati che, dal 1945, si riversarono in un'Italia sconfitta e semidistrutta. Da Fiume fuggirono 54 mila su 60 mila abitanti, da Pola 32 mila, da Zara 20 mila su 21 mila, da Capodistria 14 mila su 15 mila.
Questi 350.000 italiani furono gli unici a pagare il prezzo della sconfitta italiana nella seconda guerra; cancellati dai libri, dai dibattiti politici e culturali, dai media, fino al 2004, quando la Repubblica italiana riconosce le tragedie del confine orientale con una giornata: il 10 febbraio 1957 quando l’Italia cedeva alla Jugoslavia parte della Venezia Giulia nel Trattato di Parigi, dedicata al ricordo delle Foibe e dell'esodo istriano, fiumano e dalmato.

Islamici e latinos uccisi : Torna il Ku Klux Klan


Risorge il Ku Klux Klan (KKK) i cappucci bianchi che per quasi un secolo, a cavallo del 900, terrorizzarono la popolazione nera del profondo sud. Il Ku Klux Klan fa nuove reclute denunciando l’immigrazione clandestina o «invasione illegale messicana» come la chiama il su leader Phil Lawson.
LA RESURREZIONE DEL KLAN - Secondo il Southern poverty law center, un’associazione dei diritti civili che ne segue l’attività, i gruppi che lo compongono sono saliti da 110 nel 2000 a 150 l’anno scorso. Ammonisce la Anti defamation league, un’associazione che combatte l’antisemitismo e il razzismo: «La resurrezione del Ku Klux Klan è inquietante. Sfrutta la psicosi dell’assedio causata dalla guerra al terrorismo per seminare l’odio». William Aponte, l’agente dell’Fbi incaricato della protezione dei diritti civili nel profondo sud, definisce i reclutamenti nel Ku Klux Klan «massicci». «Per un biennio dopo la strage delle Torri gemelle di Manhattan» spiega «i cosiddetti cavalieri bianchi fecero proseliti tra chi temeva gli islamici. Ora li fa tra chi vede negli immigrati clandestini un pericolo per il proprio posto di lavoro, un fattore di inquinamento della società».
ADEPTI IN AUMENTO - Aponte non sa quanti membri abbia il Ku Klux Klan, ma ne denuncia le crescenti manifestazioni «soprattutto nel Texas, nell’Indiana e nello Iowa». Lawson, che si presenta come «il mago imperiale», parla di migliaia e migliaia di nuovi adepti, senza precisare quanti: «Con il governo che permette agli illegali di entrare negli Usa liberamente, il nostro numero cresce di giorno in giorno» afferma. L’Fbi teme che il ritorno del Ku Klux Klan, colpevole delle più orrende impiccagioni dei giovani neri della storia Usa, esasperi la guerra occulta di frontiera in corso sui clandestini. Ieri in Arizona un gruppo di 4 banditi armati e mascherati ha attaccato un furgone carico di immigrati uccidendone tre e ferendone gravemente due. Il giorno primo, lo stesso o un altro gruppo aveva aggredito e derubato altri illegali ma senza fare vittime. Stando all’Fbi, incidenti del genere sono in aumento da alcuni mesi, e non è chiaro se si tratti di bande ispaniche, di vigilantes americani – gente che vuole chiudere i confini – o di razzisti.

9 febbraio 2007

Sgrena e Calipari : Obiettivi Sensibili


Calipari era contrario alla linea Usa nelle trattative. La Sgrena indagava sull'uso di armi illecite da parte degli statunitensi. Il “tragico incidente” ha le caratteristiche di un agguato. Al momento della sparatoria Calipari era al telefono coi vertici dello Stato. I telefoni di Calipari scompaiono per qualche giorno. Troppe stranezze nella vicenda che ha coinvolto gli italiani in Iraq.
L'ipotesi del tragico incidente avanzata dagli USA ha cominciato a vacillare quando Giuliana Sgrena ha raccontato la sua verità. L'avvertimento dei suoi stessi rapitori (“Attenta…gli americani non vogliono che torni”) si è rivelato più che fondato. Giuliana Sgrena e Nicola Calidari hanno subito un vero e proprio agguato. Ma perché?
Obiettivo: Nicola Calipari
Nicola Calipari era un agente molto esperto. Aveva moltissimi contatti tra le bande di rapitori in Iraq e una grande esperienza nella mediazione, nella trattativa con terroristi o chi per loro. La sua esperienza era fuori discussione, aveva già contribuito a salvare decine di ostaggi.
Perché gli ostaggi italiani vengono liberati in numero molto più sostanzioso rispetto agli americani? Perché il governo italiano è disposto a pagare. Le due Simone sono state liberate dietro compenso, e non solo loro. Linea morbida, dunque. Purché gli ostaggi restino in vita e tornino a casa sani e salvi.
Gli USA hanno scelto invece tutta un'altra linea: non si tratta con i terroristi. "Linea dura" senza se e senza ma. Le modalità di trattativa italiane arrivano ad interessare il regime di Bush nel momento in cui i media americani evidenziano questa disparità, dovendo essere costretti sempre a parlare di liberazioni di italiani e decapitazioni di americani. Per l'opinione pubblica e l'appoggio internazionale alla guerra, questa disparità significa un vero e proprio ostacolo anche in prospettiva di altre guerre nella zona mediorientale.
Come abbiamo già detto, l'uomo che più di ogni altro contribuiva al buon funzionamento della "linea morbida" italiana era Nicola Calipari. I suoi telefonini erano ricchissimi di contatti.
Quale sia stato l'ordine impartito ai marines di Baghdad non possiamo saperlo. Certo è che Calipari era un obiettivo sensibile. L'uomo che faceva la differenza tra due modi diversi di gestire una situazione di guerra.
Obiettivo: Giuliana Sgrena
Da qualche tempo Giuliana Sgrena si trovava in Iraq per indagare. Quelle buche incredibilmente grandi nel suolo di Falluja facevano pensare all'uso di bome al napalm, come quelle usate dagli americani in Vietnam. Stava indagando con precisione, intervistando anche la martoriata popolazione di Falluja. Gli abitanti del villaggio di Saqlawiya (vicino Falluja) raccontano di aver seppellito molti cadaveri completamente carbonizzati.
Il dottor Khalid ash-Shaykhili parla di totale distruzione dell'ambiente, di uso di sostanze chimiche e gas tossici. Le prove dell'utilizzo degli americani di sostanze illecite ci sono eccome.
D'altronde prendere la roccaforte sannita era un obiettivo importante per gli USA. Sarebbero stati disposti a tutto pur di raggiungere l'obiettivo. È la guerra.
Un'indagine scomoda, dunque, quella di Giuliana Sgrena. Pochi hanno parlato di "uso di armi illecite": tra questi c'è però una deputata del partito laburista inglese, che dichiara "Visto che abbiamo la possibilità di fare domande, ma non ci viene permesso di aprire una discussione, voglio dire che questa guerra è illegale. Perché non ci sono più immagini di persone che vivono a Falluja? Che tipo di armi sono state usate?".
E in effetti, immagini di Falluja non se ne hanno più. Sarà perché ci sono ancora cadaveri a cielo aperto, sarà perché gli americani stanno ricoprendo tutte quelle grosse buche nel terreno.
Alla luce di questo, quella frase dei rapitori assume tutto un altro significato: "Gli americani non vogliono che torni".
L'agguato
Mentre si dirigevano verso l'aeroporto, i tre (c'era anche un "terzo uomo" ) erano in contatto telefonico satellitare ( si badi al particolare ) con Palazzo Chigi. Al momento della sparatoria, i telefoni erano accesi e in contatto diretto coi vertici dello Stato italiano. Si sono sentiti gli spari. Calipari viene ucciso, gli altri due feriti. Poi gli americani si accorgono dei telefoni accesi e salta tutto il piano. A quel punto si può fare ben poco. Fatto sta che scompaiono per un po' di tempo: la macchina crivellata di colpi, i telefoni di Calipari e le armi degli italiani. Ricompaiono un po' di tempo dopo. Gli inquirenti dovranno tenere conto anche della possibilità di inquinamento delle prove. Resto sempre della mia opinione, il Cermis forse è un acronimo, Nicola Calipari é solo un morto.

4 febbraio 2007

Libertà di Stampa : Dal 74° al 79° posto nella classifica! Sfida agguerrita con il Botswana!


FREEDOM HOUSE PUBBLICA LA CLASSIFICA PER LA LIBERTA' DI STAMPA, L'ITALIA VIENE DEFINITA "PARTLY FREE" (PARZIALMENTE LIBERA) E A PARI POSTO CON IL BOTSWANA, PIU' IN ALTO IN CLASSIFICA: COREA DEL SUD, MONGOLIA, ISRAELE E MOLTI ALTRI ANCORA...

E' una grande disfatta , un peggioramento nel ranking non se lo aspettava nessuno, il 74° posto del 2004 sembrava già una grande sconfitta per il giornalismo italiano e per la popolazione italiana in generale, ma non c'è limite al peggio e la classifica di Freedom House evidenzia che l'Italia sta raschiando il fondo. Passi essere dietro a Fillandia, Stati Uniti d'America e Francia, ma essere alla pari con il Botswana e dietro a Namibia, Trinididad & Tobago e la Corea del Sud è davvero troppo. Passi essere dietro alle potenze del centro e del nord Europa, ma dal rapporto si deduce che l'Italia è il peggiore anche tra le nazioni che si affacciano sul mar Mediterraneo: 59^ la Grecia a pari posto con il Ghana e altre nazioni, 41^ la Spagna, ma per fortuna salviamo la faccia almeno davanti alla Croazia 85^ e all'Albania 107^. Questo documento è una spinta ancora maggiore per blogger, giornalisti fai da te (meglio che lasciar far da loro), che almeno sono liberi, dicono quello che pensano e scrivono quello che davvero credono, senza il bisogno di soddisfare editor, contratti pubblicitari e grandi sponsor. Il giornalismo vero non è più quello della carta stampada, ma quello di siti web com Comincia L'Italia, fatto dai cittadini per i cittadini, con un solo e unico fine: informare e far sentire la propria voce.



Scarica la classifica pubblicata da Freedom House

Catania-Palermo: Vergogna!!!


Filippo Raciti,ispettore capo della Polizia di Stato è morto a causa di una bomba-carta scoppiatagli in viso. Un altro poliziotto è grave. Decine di feriti e contusi, scene di guerriglia urbana, quartieri che diventano un inferno.
E’ accaduto a Catania per una partita di calcio col Palermo. Ma la sensazione, mentre scrivo queste note a caldo, è quella del deja vu. Sono cose che abbiamo già visto. Queste scene non sono nuove, persino per una partita di calcio, e sono accadute anche all’estero, anche in Paesi molto più civili del nostro. Anche le frasi che stiamo ascoltando, provenienti da autorità politiche e sportive, non sono nuove. Anche queste le abbiamo già ascoltate.La cosa più triste è proprio questa specie di rassegnazione che avverto dentro di me, questo abituarsi a tutto, questa “banalità del male”, come l’avrebbe definita la filosofa Hannah Arendt.
Il fatto è che siamo stufi di decenni di discussioni sterili. Ero un bambino quando già a Roma moriva gente per razzi sparati da una curva all’altra dello stadio. Ero un uomo quando ci furono le tragedie dell’Heysel e di Sheffield: diverse realtà, diverse circostanze, diversi Paesi, ma lo stesso dramma,un copione che si ripete.In Gran Bretagna, Paese civilissimo, la violenza sportiva era una piaga già negli anni Settanta, e alla fine si arrivò al punto di bandire dalle competizioni europee le squadre inglesi e i loro hooligans per anni.Ecco perché sono sfiduciato e amareggiato. Perché non riesco più ad illudermi; almeno non su questo.Da anni si parla di isolare i violenti; si varano leggi e regolamenti appositi, poi bellamente aggirati. Si vendono biglietti nominativi, teoricamente unici, e poi si vedono normalmente i bagarini acquistarne centinaia. Come fanno? A me sequestrano all’ingresso un accendino di valore, e poi i delinquenti entrano con coltelli, bombe-carta, fumogeni. La bottiglia d’acqua deve avere il tappo svitato, per carità, e poi in campo arrivano i servizi igienici. Bisogna veramente pensare che lo sport sia morto, se ci sono centinaia di persone che vanno allo stadio con lo scopo di menare le mani, sfasciare tutto e tirare petardi grossi come bombe. Una rabbia stupida e davvero incomprensibile, che non ha neanche la spiegazione del disagio sociale o dell’ideologia politica.
Abbiamo anche un problema di tenuta dell’ordine pubblico, in Italia: le forze dell’ordine non sono in grado di arginare neanche la micro-criminalità a Napoli, e non riescono a controllare tifoserie facinorose a Catania! Siamo quindi in balìa di ogni tipo di teppismo? Adesso assisteremo ad un altro balletto di buoni propositi, disegni di legge, inasprimenti di pene, vari di regolamenti, sanzioni a 360 gradi, ripensamento dell’attività sportiva. Una farsa grottesca, ma drammatica stavolta perché c’è scappato il morto: un lavoratore con famiglia a carico, un vero proletario secondo la celeberrima classificazione di Pasolini, che simpatizzava per i poveri poliziotti e non per i figli di papà che giocavano a fare la rivoluzione. E’ stato decretato lo stop ai campionati: lo ha deciso il commissario straordinario della Federcalcio, questo mondo anche istituzionalmente travolto dagli scandali (nonostante la valvola salvifica della vittoria del Mondiale), marcio fin dalle fondamenta.Decisione giusta, di rottura, tesa a creare il caso.
Ma resto sfiduciato. Penso alle volte che, davvero, la violenza negli stadi si spegnerà quando non ci sarà più pubblico ad un evento sportivo; quando la partita la potremo vedere solo in televisione, naturalmente sul satellite, perché di gratis ormai non ti danno più niente. Neanche la Rai col suo maledetto canone e i suoi disgustevoli programmi.

3 febbraio 2007

DA VICENZA A SIGONELLA ECCO GLI APPALTI …..“ROSSI”


Località:Sigonella-Italia
Progetto: Fabbricati abitativi nella Base militare di Sigonella (NAS1-NAS2, Mega III) opera in corso(nella foto)
Ente: U.S.Navy
Importo Stimato: 52,3 milioni di Euro (NAS1-NAS2); 20,7 milioni di Euro (Centro Comm.le); 76,3 milioni di Euro (Mega III)

Gli affari con il Pentagono delle coop legate alla sinistra. Tra i
pretendenti ai lavori della nuova base vicentina la Cmc di Ravenna e
la Cmr di Ferrara. Spuntano anche Pizzarotti e la Ccc del Mose
Nell'ex aeroporto vicentino Dal Molin per il momento tutto ancora
tace, di ruspe non c'è ancora ombra anche se ieri l'ex generale
Luigi Ramponi ha annunciato che «i lavori cominceranno entro il
2007». E' probabilmente informato, il deputato di An ieri in visita
a Vicenza con la commissione Difesa del senato, visto che il
presidente del suo partito Gianfranco Fini è reduce da un incontro
con la segretario di Stato Usa Condoleezza Rice, con la quale ha
parlato anche della base vicentina. E per questo afferma che «appena
il governo avrà detto di sì partiranno gli appalti, anche perché ci
sono tempi stretti per il finanziamento statunitense». Per ora
l'unico elemento tangibile che mostra l'avvio del progetto per la
costruzione della nuova base è la lista delle imprese che continuano
a iscriversi alla gara d'appalto per la prima tranche dei lavori. La
torta è infatti di quelle appetitose: 680 milioni (230 nella prima
fase, il rimanente in una seconda) di investimenti previsti dal
Pentagono per costruire i 700 mila metri cubi di caserme, impianti
militari e logistici; 40 milioni per la costruzione di 61 villette a
schiera, di un albergo (10 milioni) e un campo da bowling; 52
milioni per tirar su un ospedale che sarà collegato con quello
vicentino. Il progetto prevede infatti la nascita di una vera e
propria cittadella autosufficiente, con centri commerciali e
palestre, case e una grande mensa per 1.300 persone e 454 posti a
sedere. A spulciare tra le 73 imprese (23 delle quali venete) che
finora hanno risposto alla «presolicitation notice», una specie di
invito a partecipare alla gara d'appalto lanciato dagli Stati uniti
il cui bando si chiuderà il 6 marzo, troviamo infatti «coop rosse»
come la Cmc (Cooperativa muratori cementisti) di Ravenna e la Cmr
(Cooperativa muratori riuniti) di Ferrara, ma anche la contestata
Pizzarotti di Parma, la stessa che nell'83 aveva vinto la gara per
l'installazione dei missili Cruise a Comiso e che da 25 anni
costruisce anche a Sigonella. O ancora la Ccc (Cantieri costruzioni
cemento) Spa, che tra i suoi fiori all'occhiello vanta la
partecipazione al Consorzio Venezia nuova che sta realizzando il
Mose nella città lagunare. Non che sia una novità assoluta, la
partecipazione di cooperative rosse a lavori per gli americani. Se è
vero che nelle basi Usa in Italia resiste ancora una «pregiudiziale
anticomunista» che impedisce ai lavoratori civili del nostro paese
di iscriversi ad esempio alla Cgil (come l'altro ieri ha denunciato
lo stesso sindacato di Corso d'Italia), è altrettanto vero che
questa appare caduta ormai da tempo per quel che riguarda il fronte
degli appalti, così come, viceversa, sull'altro versante di fronte
ai dollari non c'è antiamericanismo che tenga. La Cmr lavora infatti
da anni e con successo nelle basi Usa di Aviano, Camp Darby e nella
stessa Vicenza. Mentre la Cmc, la prima cooperativa di costruzioni,
la quarta impresa in Italia del settore, dopo alcuni appalti in
Cina, il ruolo da general contractor per l'ammodernamento della
Salerno-Reggio Calabria e l'appalto per il tunnel di Venaus che un
anno fa provocò la rivolta della Val di Susa contro l'alta velocità,
da almeno un decennio partecipa agli appalti legati alla base Usa di
Sigonella, in Sicilia. In particolare, ha preso parte al cosiddetto
piano Mega II, quello precedente all'attuale progetto che punta a
ridisegnare l'assetto urbanistico dell'insediamento militare
siciliano, che sarà trasformato «nella base più moderna del teatro
Mediterraneo».

2 febbraio 2007

Traffico di minori: uno scandalo di nome Panaf

Avete un bimbo un po’ fastidioso e pochi soldi per blandirlo a colpi di cioccolate e suonerie per telefonini? La soluzione c’è....vendetelo in Nigeria e rifatevi una vita. Tutto perfettamente legale. E non crediate di essere dei mostri. Se volete eccedere c'è anche la possibilità di mandare il piccolo rompiscatole in vacanza in Mozambico, dove ve lo squartano, ne vendono i pezzi di ricambio e vi pagano la vostra percentuale su una banca di vostro piacimento. Già vi vedo con gli occhi increduli: ma che dice questo pazzo? Ok! Se non mi credete telefonate allo 001-770-4399809. Risponde il Panaf Nite Club di Doraville, Stato della Georgia (U.S.A.)

L'addetto allo “smistamento” si chiama Ugo Onyemaobi, ed è uno che non scherza, abituato a scelte impopolari. E’ lui, novello Salomone, a decidere sulla sorte dei pargoli: chi è carino, a prescindere dal sesso, viene affidato ad intermediari per pedofili russi ed arabi.
Chi è bruttino, a prescindere dal sesso, è destinato alle guerre d'Africa, alle miniere di diamanti o alla schiavitù in Arabia Saudita. Il Panaf è collegato con una potente organizzazione di nigeriani e liberiani che prospera nelle città di Doraville, Marietta, Stone Mountain e Peachtree City - bei nomi pieni di dolcezza in una terra diretta col pugno di titanio da estremisti cattolici di tutte le razze, divisi in sette apocalittiche da far rabbrividire un mujaheddin.
Le ditte che si occupano della "trasposizione della massa lavoratrice" si trovano soprattutto in Africa: in Nigeria e Liberia, ma anche in Senegal, in Guinea, in Ghana, in Sierra Leone, in Libia. A coordinarle ci sono due gentiluomini d'altri tempi: Eugene Opara (proprietario del Panaf, referente dello stato federato nigeriano di Imo per gli Stati Uniti d'America e segretario particolare dell'ex dittatore liberiano Charles G. Taylor) e Foday Saybana Sankoh, generalissimo del RUF (Revolutionary Unity Front, un'esercito mercenario che difende i comuni interessi libici, americani e russi nei campi di diamanti disseminati tra la Sierra Leone e la Liberia ), che abita in una suite all'Hotel Deux Fevrier a Lomè, la capitale del Togo.
Potete vendere i vostri scavezzacolli senza preoccupazioni legali. Se volete eccedere in prudenza, dopo averli consegnati, potete denunciarne la scomparsa all'assicurazione ed alla polizia.
Dato che l'Unione Europea non ha ancora reso obbligatori i chips elettronici iniettati nel collo (ci sono, li fanno una società legata alla famiglia Bin Laden ed una società tedesca fondata dal regime nazista nel 1933), nessuno potrà mai rintracciare il minore. Se sopravvive, avrà imparato una severa lezione sulla vita, le buone maniere, molta disciplina, ed avrà un mestiere sicuro per il futuro.
Se ci sono società italiane che aiutano? Capisco, certo, non siete molto familiari con le lingue straniere... Non è il caso di farne una malattia. A prescindere dal fatto che molti impiegati libici parlano fluentemente l'italiano, c'è una societuccia somala che appoggerebbe l'organizzazione di questi soggiorni di studio per bimbi che rompono. La gestisce a Mogadiscio un cugino di Said Omar Mugne - un vecchio amico di Bettino Craxi, da lui e dai suoi incaricato di portare la pace (a cannonate) e la prosperità (seppellendo materiali radioattivi nelle campagne somale) dell'ex colonia italiana.
Non per altro, ma non vorrei che Berlusconi o chi per lui mi accusasse di non aver tenuto conto come si deve, nel pubblicizzare un mercato che cresce, il Made in Italy.
Chiedetelo al suo amico Beretta , che secondo la procura della Repubblica di Brescia rifornirebbe (involontariamente) Al Qaeda in Iraq con le pistole dismesse dai servizi segreti italiani. Non mi dite che siete disgustati!
Perchè ? Perchè il traffico di organi dei bambini esiste, come esiste quello degli adulti !Ma voi ,avete mai mosso un dito per far finire queste atrocità?

28 gennaio 2007

29 NOVEMBRE 1944 - 27 GENNAIO 2007 GIORNATA DELLA MEMORIA


E’ la storia di 20 bambini. Alexander Hornemann, 8 anni,Olanda,Eduard Hornemann, 12anni Olanda,Marek Steinbaum, 10anni Polonia,Marek James,6anni Polonia W. Junglieb,12anni Jugoslavia ,Roman Witonski, 7anni Polonia ,Roman Zeller 12anni Polonia,Sergio de Simone, 7anni Italia ,Georges Andre Kohn, 12anni Francia ,Eduard Reichenbaum, 10anni Polonia, Jacqueline Morgenstern, 12anni Francia ,Surcis Goldinger, 11anni Polonia ,Lelka Birnbaum, 12anni Polonia ,Eleonora Witonska, 5anni Polonia ,Ruchla Zylberberg, 10anni Polonia ,H.Wasserman, 8anni Polonia , Lea Klygerman, 8anni Polonia , Rywka Herszberg, 7anni Polonia, Blumel Mekler, 11anni Polonia, Mania Altman, 5anni Polonia.
10 maschi e 10 femmine, provenienti da Francia, Olanda, Jugoslavia, Italia, Polonia, che dal campo di sterminio di Auschwitz Birkenau, con un tremendo inganno perpetrato dall'angelo della morte, il dottor Joseph Mengele, furono inviati al campo di concentramento di Neuengamme - che distava circa 30 chilometri da Amburgo - come cavie umane per esperimenti sulla tubercolosi, che avrebbe condotto il medico nazista Kurt Heissmeyer.
I 20 bambini giunsero a Neuengamme il 29 novembre 1944.
Il dottor Kurt Heissmeyer diede inizio ai suoi esperimenti nel gennaio del 1945. Il 20 aprile, l'esperimento era fallito, i bambini erano malati e stremati e gli inglesi erano alle porte… Da Berlino giunse l'ordine di trasferirli nella scuola amburghese di Bullenhuser Damm e di eliminarli. Un'ora prima di mezzanotte ebbe inizio il loro massacro. Quella stessa notte i cadaveri dei bambini da Bullenhuser Damm furono nuovamente trasferiti a Neuengamme e cremati.
Il 18 marzo 1946, l'esercito inglese diede inizio al processo contro i 14 responsabili del massacro di questi 20 innocenti, che si concluse con la loro condanna a morte per impiccagione il 3 maggio. Solo 11 di loro furono giustiziati, gli altri tre rimasero impuniti.
Grazie a Günther Schwarberg, giornalista tedesco del settimanale "Stern" che ha dedicato tutta la sua vita nel trovare i carnefici del Terzo Reich, il 20 aprile è diventato "Il Giorno del Ricordo" e nella scuola di Bullenhuser Damm, oggi ribattezzata Janusz Korczak Schule in onore del grande pedagogo polacco morto a Treblinka insieme ai bambini ebrei dell'orfanotrofio che istituì e diresse nel ghetto di Varsavia, ogni anno viene organizzata una cerimonia commemorativa in onore di questi 20 bambini.
Il 20 aprile 1979 è nata l'"Associazione dei Bambini di Bullenhuser Damm", di cui Philippe Kohn - fratello di Georges-André, il più grande dei 20 bambini di cui il libro narra la storia - è il presidente.
Nella scuola, su una lapide posta in un giardino di rose bianche si legge: "Qui sosta in silenzio, ma quando ti allontani parla".

23 gennaio 2007

ISLAM : Reclutare e Convertire i giovani

Vorrei proporre all’opinione pubblica la strategia di reclutamento e di conversione all’Islam fondamentalista che sta avvenendo da qualche tempo in Europa, e credo tra non molto in Italia. Inizierei dallo studio del fenomeno francese che è estremamente dettagliato. Fra i tanti, prendo le mosse da uno dei più acuti osservatori di quella società, Piotr Smolar, molto seguito dall’opinione pubblica francese ed abbastanza ascoltato nell’ambito della politica, che in un recentissimo articolo apparso su “Le Monde”, descrive minuziosamente il fascino che l’Islam esercita su una parte dei giovani francesi. Innanzitutto Piotr ci dimostra come il modello sociale francese, circa l’accoglienza e l’integrazione, “fa acqua da tutte le parti”, smascherando l’assenza di un progetto di largo respiro, centrato unicamente sulla concessione del diritto di voto agli immigrati.
Paradossalmente le conversioni dopo l’11 settembre 2001, sostiene il sociologo, sono aumentate grazie ad un risveglio del proselitismo attinto fra le masse delinquenziali. I legami con elementi del radicalismo islamico, secondo un recente dettagliato rapporto della Polizia di Stato, sono cresciuti vertiginosamente attestandosi nelle periferie cittadine: le famose banlieues che tutti conosciamo. Il reclutamento maggiore e quindi la “conversione-alla-nuova-fede-ortodossa -islamica” avviene in carcere, dove questi piccoli delinquenti si associano ai più scaltri, magari più istruiti, per ottenere dei privilegi, come ad esempio “l’allestimento di una sala di preghiera, la preferenza di pasti halal o di altre facilitazioni che per delibera centrale, vengono concessi solo ai musulmani”. (in Italia esiste una indagine così accurata?!)Una volta in libertà, una parte di questi convertiti vengono integrati nelle strutture di sostegno logistico dei gruppi islamici o magari avviati “in posti altamente sensibili come aeroporti, centralini telefonici e quant’altro”. Oppure attraverso la ricerca di un lavoro tramite gli internet-point: un mezzo che in Francia è molto diffuso. Difatti molti di essi trovano lavoro in punti vendita “halal”, il cui commercio “permette spesso di ripulire il denaro sporco, come la mafia utilizza le catene di pizzerie”. Gran parte delle “prede” francesi che si “inchinano”davanti alle blandizie che ricevono da questi “benefattori”, riferisce l’inchiesta, provengono dai suburbi dove il più delle volte vivono a contatto con le comunità delle ex colonie di magrebini, che, col pretesto dell’offerta di un facile guadagno o di un posto di lavoro, abboccano. E’ la zona mediterranea dove è più spiccata la tecnica della dissimulazione, ossia delle persone senza scrupoli che, avendo vissuto una vita di espedienti, sanno camuffare bene le loro intenzioni presentandosi come persone per bene in grado di venirti incontro.
Questo atteggiamento è tipico del movimento “salafita” che per un emigrante di seconda o di terza generazione, non viene percepito come francese dai francesi ma nemmeno come arabo dagli arabi: la sua identità rimane incerta, indefinita. Il Salafismo, di ispirazione fondamentalmente atea che predica l’internazionalismo integralista (da cui prende le mosse l’attuale wahabismo, vicino ai “Fratelli Musulmani”), invece offre loro un’identità decontestualizzata nel tempo e nello spazio. Un salafista, sostiene il prof. D’Atri , vive in una specie di patria ideale senza confini, “non ha tradizioni nè patria nè tempo”. E’ quindi un’ identità particolarmente adatta per chi non riesce più a riconoscersi in nessuna patria e in nessuna tradizione. Insomma un coacervo di devianza che sfocia in rivolte contro l’ordine costituito. Così nella precarietà sociale delle immigrazioni successive l’Islam fondamentalista riesce ad attinge il suo alimento per rafforzarsi e per destabilizzare le istituzioni. E’ questo a cui allude il presidente della Consulta islamica presso il Viminale, Nur Dachan per accelerare l’avvento della sharia i Italia in sintonia con il seminario promosso a Napoli dal titolo “Dare voce ai democratici musulmani per garantire democrazia e pace nel Mediterraneo” il prossimo mese a Napoli? Udite a tal proposito cosa ha detto pochi giorni fa in un’audizione parlamentare questo “religioso:”…fino ad ’oggi, abbiamo espresso un volume impressionante di attività culturali, di mediazione istituzionale e di solidarietà nei confronti dei più deboli tra i nostri confratelli e consorelle. Chiediamo la libertà come prima strada per l’intesa, poiché siamo cittadini come gli altri ed amiamo profondamente la nostra nazione (la bell’Italia), che siamo orgogliosi di rappresentare nel mondo…”
Al di là d’ogni polemica, credo che ‘Islam d’oggi, non avendo elaborato modelli culturali alternativi, deve necessariamente appropriarsi dei modelli occidentali ormai globalmente prevalenti. Nonostante alcuni tentativi modernizzanti che stanno avvenendo in alcuni Paesi, specie in quelli della fascia magrebina (come il divieto della poligamia, del “velo”, la liberalizzazione della donna nel sociale, ecc.), l’Occidente attrae. Affascina perché è qui che si può ottenere il pieno godimento dei diritti umani. Tuttavia, questa attrazione che porta allo sradicamento delle proprie origini, se non ben metabolizzata e ragionata, porta al rigetto e quindi all’abbraccio con filosofie di vita nichiliste, che patrocinano gente alla Dachan, con le conseguenze che ben conosciamo.
La rappresentazione del fenomeno sociologico studiato in Francia testimonia la sconfitta morale di una certa sinistra presente negli organismi che contano, proni alle mistificazioni di questi novelli farisei che stanno gestendo la complessa problematica dell’immigrazione europea. La comunità internazionale, se vuole resistere a queste farneticanti ideologie, dovrebbe a mio avviso, puntare ad una strategia che coinvolga a pieno titolo i musulmani modernisti con un adeguato programma: che invece pare stia riuscendo agli estremisti islamici. La strategia vincente, in prima battuta, poterebbe consistere in un controllo maggiore sul territorio, più che di natura miliare, di natura politica. Quella militare, chiarisce Magdi Allam, è una concezione desueta della sicurezza, perchè, nell’era del terrorismo islamico globalizzato, la vera arma non sono le bombe ma “il lavaggio del cervello che traforma le persone in robot della morte”.
Francesco Pugliarello (www.letterealdirettore.it)

18 gennaio 2007

ABU OMAR: il sequestro,gli interrogatori e le violenze nelle carceri egiziane.


«Io sottoscritto, Osama Mustafa Hassan Nasr, conosciuto come Abu Omar, islamico sequestrato a Milano il 17 febbraio 2003, tuttora detenuto nel carcere di Tora al Cairo, scrivo la mia testimonianza dall'interno di questa mia tomba: sono dimagrito, la mia malattia si aggravata, sono in condizioni molto critiche. La mia faccia è trasformata a causa della tortura. Adesso spiego il sequestro. Camminavo a piedi da casa mia, in via Conte Verde 18/A, lunedì 17 febbraio 2003, andando verso la moschea per la preghiera di mezzogiorno. Avevo in tasca 450 euro (400 per pagare l'affitto), il mio passaporto italiano di rifugiato, il permesso di soggiorno, il cellulare, la tessera sanitaria, l'orologio e le chiavi di casa. Tutte queste cose si trovano ora nella sede dei servizi segreti egiziani, nei "giardini del Copa", davanti al Castello del popolo. Uscendo, ho visto un furgone bianco che mi passava davanti. Davanti a un giardino pubblico, ho visto una Fiat rossa. L'autista veniva verso di me di corsa. Ha tirato fuori una tessera: sono della polizia. Gli ho dato il permesso di soggiorno e il mio passaporto italiano. Lui tira fuori il suo cellulare e fa una chiamata. Mi sembrava un americano: capelli biondi, carnagione chiara, alto circa 1.70.

Poi il furgone bianco si è fermato vicino al marciapiede. Non ho capito niente, ho visto solo che due persone che mi sollevavano di peso: sembravano italianissimi, alti non meno di 1.87 o di più, età circa 30 anni. Il mio sequestro è stato visto anche da una signora egiziana. Quando mi hanno buttato dentro il furgone, ho cercato di reagire, ma hanno cominciato a darmi pugni in pancia e su tutto il corpo. Mi hanno buttato sul fondo del furgone e coperto la faccia. Dentro era tutto buio. Mi hanno legato piedi e mani. Tremavo per le botte e dalla mia bocca è uscita schiuma bianca. Allora ho sentito i due italiani discutere, uno dei due urlava: mi hanno strappato tutti i vestiti e mi hanno fatto un massaggio cardiaco. Dopo quattro ore circa, sempre con le mani e i piedi legati insieme, mi hanno trasferito in un altro veicolo, non so se nemmeno se fosse un altro furgone o un piccolo aereo.

Dopo un'altra ora di viaggio, ho capito che ero arrivato in un aeroporto, dal rumore degli aerei. Ho sentito tanti piedi, sette o otto persone, che camminavano verso di me. Mi hanno strappato i vestiti con dei coltelli e rivestito con una velocità incredibile. Mi hanno anche tolto la benda per pochi secondi, per farmi le foto: c'era tanta gente in divisa da teste di cuoio. Mi hanno bendato tutta la testa e la faccia con dello scotch largo, con buchi su naso e bocca per respirare. L'aereo è decollato, c'era un freddo cane. Ero immobilizzato e mi mancava il respiro. Allora mi hanno messo un respiratore. Quando siamo atterrati, perdevo sangue dalle mani. Al Cairo un funzionario egiziano mi ha detto: in questa stanza ci sono due pasha, cioè due grandi ufficiali dei servizi segreti. Uno solo ha parlato, in egiziano, dicendo solo: "Vuoi collaborare con noi?". L'altro, che probabilmente era un tenente americano, non parlava, ma poi ho capito che diceva: se Abu Omar è d'accordo, torna con noi in Italia. La mia cella era di due metri per uno, senza luce. Era in un palazzo dei servizi. Mi hanno legato le mani e un piede, mi facevano camminare, io cadevo e loro ridevano. Poi hanno continuato con le scosse elettriche, pugni, schiaffi. Hanno portato carta e penna chiedendomi di scrivere tutta la mia vita fuori dall'Egitto, mi hanno fatto vedere foto di egiziani, tunisini, algerini e marocchini residenti in Italia. Ho avuto problemi alle ossa e alla respirazione. L'interrogatorio è durato sette mesi, fino al 14 settembre 2003, ma mi sono sembrati sette anni.

Dopo un altro viaggio, mi hanno portato in un altro palazzo dove un sacco di mani mi hanno picchiato su tutto il corpo. Mi hanno detto: qui dentro non entra neanche la mosca blu. Quando ho chiesto del bagno, mi hanno detto che era la mia cella. C'era una puzza incredibile. Sono rimasto altri sei mesi e mezzo in questo posto, Amn-El-Dawla. La cella era senza aria, scarafaggi e topi camminavano sul mio corpo. Quando entrava il guardiano, dovevo mettermi in ginocchio, altrimenti mi toccava con un bastone elettrico. Da mangiare mi davano solo pane andato a male, quello con la sabbia che fa cadere i denti. Non puoi bagnarlo e non puoi rifiutarlo, perché loro devono tenere in vita uno scheletro. Mi interrogavano nell'ufficio vicino alle celle, così gli altri detenuti sentono le urla e i pianti della tortura. I miei capelli e la mia barba sono diventati tutti bianchi. All'inizio i guardiani mi spogliano nudo, minacciano di violentarmi, mi danno scosse con un bastone elettrico: uno mi tiene le parti intime e me le schiaccia se non parlo. Poi mi stendono su una porta di ferro che chiamano "la sposa": qui prendo calci, scosse elettriche con i fili e intanto mi gettano acqua fredda. Non mi hanno mai dato il Corano: c'era sempre buio in cella, ma io lo volevo solo per baciarlo e tenerlo stretto fra le braccia. Per le botte ho perso completamente l'udito da un orecchio: non sento più niente. Ho subito anche una tortura chiamata il materasso. Nella stanza delle torture mettono sul pavimento un materasso bagnato e attaccato alla corrente elettrica. Poi mi legano mani e piedi dietro la schiena. Una persona si siede sulle mie spalle su una sedia di legno e l'altro attacca la corrente. Ero sempre spaventato e spesso svenivo. Ora non ce la faccio più a continuare a scrivere di queste torture che ho subito. Dimenticavo: le prime volte che mi hanno torturato, bestemmiavano contro di me e contro l'Italia, perché mi ha dato asilo politico. Mi dicevano: è l'Italia che ti ha consegnato all'Egitto. E dall'Italia nessuno è venuto a liberarti da queste torture».

Questo è quanto dichiara il Sig. Abu Omar, che racconta(sempre che sia vero) i dettagli del sequestro, degli interrogatori e delle violenze subite nelle carceri egiziane.

14 gennaio 2007

Marzabotto 29 settembre 1944 – La Spezia 13 gennaio 2007


“Condannati al carcere a vita Paul Albers, 88 anni, aiutante maggiore di Reder; il sergente comandante di plotone Josef Baumann, 82 anni; il maresciallo delle SS Hubert Bichler, 87 anni; i sergenti Max Roithmeier, 85 anni, Max Schneider, 81, Heinz Fritz Traeger, 84, Georg Wache, 86, Helmut Wulf, 84; il maresciallo capo Adolf Schneider, 87 anni; il soldato Kurt Spieler, 81 anni. Tutti sono stati ritenuti colpevoli di concorso in violenza con omicidio contro privati nemici, pluriaggravata e continuata. Sono stati invece assolti per non aver commesso il fatto il caporale Franz Stockinger, 81 anni; il caporalmaggiore Gunther Finster, 82; i caporali Albert Piepenschneider, 83, ed Ernst Gude, 80; il sergente SS Hermann Becker, 87 anni; il caporalmaggiore Otto Erhart Tiegel, 81 anni e il sergente Wilhelm Kusterer, 84. Il Tribunale ha poi deciso la pena dell'isolamento diurno per tutti i condannati, per un periodo variabile tra uno e tre anni, e il risarcimento dei danni in favore delle parti civili per una somma complessiva di oltre 100 milioni di euro”.
Il principale responsabile della strage di Marzabotto resta il maresciallo Walter Reder già condannato all'ergastolo dal tribunale militare di Bologna nel 1951 e liberato nel 1985.
Non ho mai creduto e mai crederò al valore educativo di sentenze morali come quella pronuciata ieri sui fatti di Marzabotto. Il valore etico della sentenza e' ineccepibile e non si può contestarlo. Se invece qualcuno si illude che cose di questo tipo servano anche minimamente a scongiurare in futuro l'eventualita' che certi fatti si ripetano, si illude pericolosamente. Le punizioni per azioni del genere, per risultare esemplari, devono essere immediate e crudeli in diretta proporzione al crimine compiuto. Solo la paura di una punizione feroce, immediata e certa puo' essere utile per indurre un minimo di timore in chi imbraccia delle armi puntandole a persone disarmate.
Attenzione, non voglio essere frainteso. Io apprezzo il valore storico di certi processi. L'illusione pericolosa di cui parlavo prima e' quella che consiste nel pensare che possa valere un criterio di giustizia nei confronti militari tra popoli e nazioni. Quasi come se la guerra fosse una specie di sport, leggermente piu' violenta del calcio o della boxe , nel quale esiste un regolamento da invocare di fronte agli arbitri per ottenere le giuste punizioni. Niente di piu' sbagliato. La guerra, qualunque guerra sia, da chiunque condotta, e' solo la razionalizzazione utilitaristica della bestialita' e del male. Non esistono eserciti buoni ed eserciti cattivi. L'attribuzione degli aggettivi qualificativi e' un privilegio dei vincitori e raramente essi rinunciano ad utilizzarlo.
La profonda abiezione morale della dottrina nazista emerge con estrema chiarezza dalle pagine dove essa stessa si descrive. L'idea che possano esistere razze con diritti superiori ad altre, che i deboli debbano essere eliminati, che si debba procedere con scientifica determinazione all'estinzione di certi popoli e culture non richiede camere di consiglio per essere valutata. E' immonda. E' male assoluto.
Eppure anche eserciti che hanno marciato sotto le insegne di ideali luminosi come quelli della costituzione americana e quelli che portavano sul bavero la stella rossa di un comunismo che voleva la pace universale tra i popoli e la divisione paritaria di risorse ed opportunita', si sono macchiati di episodi di bestiale ferocia. Episodi che, grazie al risultato finale della competizione, sono stati rubricati come secondari, ma che comunque sono accaduti numerosi.
Una volta tanto mi sento di enunciare una verita' assoluta. Non esistono guerre pulite o guerre umanitarie. Le guerre possono essere fatte o subite. E' questa l'unica distinzione che riconosco. Chiunque affermi che sul pianeta esistono eserciti buoni o guerre giuste si rende autore di un ossimori criminali.
La vera valenza di processi come quello che si è svolto ieri, e' il loro contributo alla memoria. La vicenda di Marzabotto si svolse tra il 29 settembre ed il 5 ottobre del 1944,venne perpetrata dalla feroce “16 SS-Panzergrenadier-Division”. Il fatto che duro' piu' giorni, in diverse località quali Tagliadazza, Caparra, Castellano, Caviglia, Vado di Monzuno, Grizzana e, appunto, Marzabotto. e' la dimostrazione che non fu un'azione concitata durante la quale un comandante perse il controllo delle sue truppe, ma un'operazione studiata e organizzata.
Si parla di 800 vittime accertate e di oltre 1800 possibili. Il dato piu' agghiacciante sono i duecento bambini al di sotto dei dodici anni che sono stati trucidati. Ho cercato in rete ma non ho trovato un elenco dei nomi delle vittime. Mi sarebbe piaciuto pubblicarlo per testimoniare il fatto che a oltre sessanta anni dalla morte di queste persone c'e' ancora qualcuno che inorridisce per quello che si è verificato. Quasi sicuramente l'elenco esiste ma non e' on line.
Allora ho cercato dei link alle pagine che descrivono fatti e testimonianze. Ora passero' qualche minuto a leggerle. Probabilmente non serve a niente, ma se a Marzabotto fosse morto un mio parente, mi avrebbe fatto piacere che qualcuno spendesse venti minuti del suo tempo a capire come e perchè è accaduto.
Non si trova molto altro poi. La maggior parte sono link turistici e pubblicita' di bed and breakfast. L'Europa, per fortuna,è cambiata.

11 gennaio 2007

USTICA : Scusate ma non è colpa di nessuno!


Roma : torre di controllo di Ciampino
27 giugno 1980 Ore 20,59 e 45 secondi
Sul punto di coordinate 39*43Ne12*55'E scompare dallo schermo radar
un veicolo civile: é il Dc9 I-TIGI( india-tango-india-golf-india) della società Itavia ,in volo da Bologna a Palermo, nominativo radio IH-870 ,con a bordo 81 persone ,78 passeggeri e tre uomini di equipaggio .
Il controllore di turno cerca di ristabilire il contatto con il pilota del Dc9.
Lo chiama disperatamente una ,due tre volte .
A rispondergli solo un silenzio di morte .
Scatta l'allarme, ma non scattano i soccorsi che arriveranno sul punto di inabissamento dell'aereo a metà tra le isole di Ponza ed Ustica ,soltanto la mattina dopo.
Com’ è possibile che un giorno del 1980 muoiano 81 persone in un drammatico incidente (forse) aereo, e, dopo 27 anni si arrivi a dire "Non è colpa di nessuno"?
Sembra impossibile? E invece è vero. E come se è vero. Siamo ad oggi, sono passati 27 anni e la "questione Ustica" si conclude. Si conclude per sempre!
La strage di Ustica si chiude sì, ma senza nessun colpevole con l'assoluzione definitiva con formula piena per i generali Lamberto Bertolucci e Franco Ferri, processati per alto tradimento nell'ambito del disastro avvenuto il 27 giugno del 1980 che costò la vita a 81 persone.
È il risultato della decisione della prima sezione penale della Cassazione che ha dichiarato inammissibile il ricorso della Procura generale, rigettando anche il ricorso presentato dal governo. Con la bocciatura dei ricorsi, dunque, dopo 27 anni si chiude il processo penale della strage e si toglie la possibilità ai familiari delle vittime di poter chiedere, in sede civile, il risarcimento dei danni morali.
E la formula è quella "piena": il fatto non sussiste. In pratica: non è successo niente, non è colpa di nessuno.
Con chi prendersela per questo ennesimo "regalo italiano"? Con il Governo, con i militari, con le forze occulte?
Prendiamocela con noi stessi....
Prendiamocela con noi stessi, paese di persone dalla memoria incredibilmente corta; paese di persone che quando hanno la pancia piena, poche (?) tasse da pagare, pochi immigrati che "rompono", sono tranquille...e vivono serene! Queste persone non sono gli altri, siamo noi.
Abbiamo la memoria corta, e questo è già grave. Ma ciò che è peggio è che abbiamo la coscienza così debole da essere comprata e convinta da qualunque sentenza, o, peggio, dal tempo che "viene" fatto passare... perchè più tempo passa e più corriamo il rischio di dimenticarci...
Siamo un paese dalla memoria corta, ed un paese anche incapace di ribellarsi e protestare. Non per le cose inutili ma per i drammi come quelli che oggi stiamo rivivendo: persone innocenti alle quali è stato ucciso tutto. 81 famiglie che piangono dei parenti, degli amici....
Non chiediamoci cosa può fare solo la giustizia per queste persone: chiediamoci cosa possiamo fare noi. Se stare ancora zitti, se lasciar passare questa notizia sotto silenzio, accontentandoci di qualche timida protesta (che in televisione fa ormai solo folklore...quasi come gli scioperi della fame di Pannella), o se protestare - questa volta - per uno dei pochi motivi per cui meriti protestare....

10 gennaio 2007

Strage di Erba: un filmato inchioda l'assassino


A confronto l'uomo del filmato (a sinistra) e Olindo Romano.
Un filmato inchioda l’assassino. Girato con un telefonino da uno dei residenti nella cascina ristrutturata di via Diaz dove è avvenuta la strage, il filmato è stato messo a disposizione dei magistrati.
Le sequenze, entrate in possesso di Sky news 24 e trasmesse nei notiziari (sono visibili anche su internet ,mostrano il profilo di un uomo, presente nel cortile della casa di Erba mentre i vigili del fuoco stavano domando l’incendio. Un profilo abbastanza preciso nel quale, il condomino che ha avuto la presenza di spirito di riprendere l’incendio col proprio cellulare, credeva di aver riconosciuto Olindo Romano. Solo ieri però, alla luce delle nuove informazioni e, soprattutto, dopo aver appreso che l’alibi dei due coniugi si fonda sullo scontrino di una pizzeria di Como (peraltro non attendibile perché l’orario lascerebbe un buco di tre ore), il testimone rivedendo quelle immagini si sarebbe reso conto di avere nel proprio computer un documento molto importante per le indagini. Da qui al consegnarlo in procura il passo è stato breve. Ora, una tivù privata, l'emittente comasca Espansione Tv, presente con un proprio cineoperatore sul luogo in quello tesso omento avrebbe smentito che la pesona ripresa dal cellulare sia Olindo Romano. "Lo abbiamo intervistato noi quel tipo, hanno detto i responsabili di Espansione TV. E' un sosia di Romano ma non è lui".
A ogni modo gli inquirenti non avrebbero dato peso alle foto perché comunque nell'alibi presentato dagli indagati ci sarebbe un buco di tre ore durante le quali avrebbero potuto essere dovunque. Per gli investigatori e la procura quello che conta, oltre al riconoscimento di Frigerio, sono le tracce rinvenute sulla scena del crimine, in casa dei coniugi Romano, nel loro camper, nel furgone e nella lavanderia, dove sono stati scoperti anche gli indumenti macchiati di sangue. Tracce biologiche come sangue, peli, capelli, saliva. Queste tracce, che sono state cercate e, pare, rinvenute anche oggi dagli uomini del Ris, verranno analizzate con le più sofisticate tecniche di indagine scientifica e solo dai risultati si avrà la certezza di una colpevolezza al di là di ogni ragionevole dubbio.

9 gennaio 2007

Via Poma: Residui di Dna maschile.


Dopo il caso del delitto dell’Olgiata,un altro caso clamoroso subisce una scossa col rinvenimento di nuove tracce su cui lavorare. Il caso è quello di Simonetta Cesaroni, la ragazza uccisa il 7 agosto del 1990 a Roma in via Poma. Sembra che i Ris siano riusciti ad individuare dei residui di Dna maschile sul reggiseno ed il corpetto che la ragazza indossava quando è stata uccisa. Cosa accadde quel 7 agosto?
Doveva essere quello il suo ultimo giorno di lavoro in quell’ufficio di via Poma, a Roma. Simonetta Cesaroni, nata il 5 novembre 1969 a Roma, viene rinvenuta cadavere martedì 7 agosto 1990 alle ore 23.20, in via Poma 2, scala B, appartamento n° 7, 3° piano, sede AIAG (Associazione Italiana Alberghi della Gioventù) era dipendente dello studio commerciale RELI Sas di Bizzocchi e Volponi.
Gli uffici dell’AIAG sono chiusi al pubblico. Simonetta è sola, come sempre. L’ultima azione di lei che conosciamo è una telefonata. Simonetta chiama la sua amica Daniela per chiederle un particolare sul suo lavoro al computer. Sono le 17.30. Da questo momento su Simonetta Cesaroni calano il buio ed il mistero. Il suo cadavere viene trovato in una pozza di sangue. Ha sopportato 29 colpi d’arma bianca, non un coltello, ma forse un tagliacarte che, però, non verrà mai rinvenuto. Sono ferite profonde circa 10 centimetri. Simonetta è stata colpita al cuore, alla giugulare, alla carotide, al petto ed al basso ventre, ma, con ogni probabilità, il colpo micidiale è stato un forte schiaffo o un pugno alla testa e non è escluso che la ragazza sia stata pugnalata quando era già morta, quasi a voler mettere in atto una messinscena, un depistaggio. Il corpo è seminudo, il riscontro autoptico rileva che non è stata violentata e che la sua morte è dovuta a un colpo potente ricevuto sulla testa. Le coltellate, questa la tesi più attendibile al momento, sono state inferte solo successivamente sul corpo inanimato e forse proprio per depistare gli inquirenti. L'assassino ha portato via, oltre alla sua borsa, anche i suoi pantaloni, gli slip e la maglietta. Indosso le è rimasta solo una canottiera di seta. Il reggiseno è arrotolato sul collo. Ai piedi ha ancora delle calze bianche. Le indagini, incerte e approssimative che, come le più elementari regole investigative vorrebbero, non congelano la scena del crimine, non riescono neppure a stabilire l’ora del decesso, ma ipotizzano che prima di essere assassinata la ragazza abbia lottato con il suo omicida, cercando di fuggire. Una volta a terra, sarebbe stata immobilizzata da due ginocchia molto forti che l'avrebbero costretta a restare prona sul pavimento: lo dimostrerebbero due evidenti ecchimosi all'altezza dei fianchi. Per il resto, la dinamica dell’omicidio resta misteriosa: la porta dell’appartamento non è stata forzata e la serratura viene trovata chiusa con quattro mandate: quindi il suo assassino aveva la chiave di quell’ufficio. Nessuno degli inquilini del grande condominio, sei palazzine, per un totale di mille stanze, ha sentito né grida, né rumori sospetti. Inoltre l'appartamento del delitto viene trovato quasi del tutto privo di tracce di sangue. Segno che l'assassino ha ripulito il luogo del delitto: alcuni stracci vengono ritrovati accuratamente sciacquati, strizzati e rimessi al loro posto.
E’ certo che il killer ha avuto tutto il tempo necessario: segno, questo, che sapeva che in quell’ufficio non sarebbe stato disturbato da nessuno. Un esempio? Le scarpe di Simonetta vengono trovate slacciate e ordinatamente risposte in un angolo. Nell’appartamento sono quindi pochi, e confusi, gli elementi che riconducono agli ultimi attimi di vita di Simonetta: sulla sua scrivania di lavoro viene trovato un foglietto con disegnato un pupazzetto e una scritta all’apparenza indecifrabile: «Ce dead ok». Secondo alcuni Ce starebbe per Cesaroni, «dead» in inglese significa morto, quindi: «Cesaroni morta ok»? Ma che significato ha un simile messaggio e scritto da chi, poiché la grafia sembrerebbe appartenere alla ragazza stessa? L’arcano di quello strano messaggio viene spiegato, qualche giorno dopo, dalla ditta Data General che aveva fornito il computer agli uffici di via Poma. Il foglietto con quella sigla, spiegano, si riferisce ad una delle fasi di impiego del PC. La scritta ce dead, appariva sullo schermo del computer per avvertire l'operatore che occorreva procedere con una chiave di accesso per andare avanti. Misterioso anche il ruolo che nella morte di Simonetta avrebbe proprio il computer su cui la ragazza stava lavorando. In un primo momento una società di informatica, incaricata dal magistrato che si occupa delle indagini, il PM Settembrino Nebbioso, di stabilire l’ora esatta in cui Simonetta avrebbe acceso il computer per cominciare a lavorare, stabilisce che lo stesso era stato acceso alle 16.37. L’ora è importante perché rende compatibili o meno con il delitto gli alibi di molti sospettati. Ma sei anni dopo, nel marzo del 1996, una nuova perizia sul computer scopre qualcosa di assolutamente elementare: il computer in dotazione all’AIAG non ha l’inserimento automatico dell’ora di accensione, ma quello manuale. In altre parole quell’ora, le 16.37 appunto, potrebbe essere stata inserita da chiunque, forse addirittura dai tecnici della società di informatica che ha svolto la prima perizia la quale, oltretutto, sembrerebbe avere legami con i servizi segreti civili, il SISDE. L’ombra dei servizi segreti, che fa da filo conduttore, comparirebbe anche nell’assetto societario della stessa AIAG che, nonostante le reiterate smentite dei suoi dirigenti, viene anch’essa sospettata di essere una struttura coperta dello stesso SISDE.
L'ipotesi investigativa, sulle prime, è che il portiere dello stabile, Pietrino Vanacore (nella foto)
abbia cercato, senza riuscirci, di violentare Simonetta e poi l'abbia uccisa. L'experimentum crucis scagiona il portiere. Le perizie ematiche si rivelano essere dello stesso Vanacore che soffre di emorroidi. Il Tribunale della libertà lo scarcera venti giorni dopo il suo arresto. Nel marzo del 1992 entra in scena uno strano personaggio: è Roland Voller, un tedesco che sembra sapere molte cose e che forse è soltanto un elemento di depistaggio. Commerciante, presunto informatore della polizia, sospettato di collusioni con i servizi segreti, Voller rivela particolari che portano il magistrato a spiccare un avviso di garanzia nei confronti di Federico Valle, nipote dell'architetto Cesare, inquilino del palazzo del delitto. Secondo il tedesco, il ragazzo, 21 anni nel 1990, avrebbe ucciso Simonetta dopo aver scoperto che la giovane aveva una relazione con suo padre. Oltretutto Federico Valle la sera del delitto sarebbe tornato a casa con un braccio sanguinante per una ferita. Valle sarebbe l'assassino e Vanacore il suo complice che pulisce l'appartamento dopo il delitto e si sbarazza degli indumenti di Simonetta. Ma, come proverà l’esame del DNA, il sangue di Federico Valle non corrisponde a quello trovato nell’appartamento. Si ipotizza, infine, che il suo sangue possa essersi mischiato a quello della Cesaroni: ma anche questa ipotesi non trova alcun riscontro scientifico. Su di un braccio di Federico viene notata una cicatrice, ma la stessa nulla ha a che fare con una ferita da arma da taglio. Il 16 giugno 1993, tre anni dopo il delitto Cesaroni, la magistratura dichiara l'impossibilità di procedere contro Valle e Vanacore e archivia le loro posizioni: contro di loro c’è un’assoluta mancanza di indizi. Il giudice Cappiello "serenamente" come scrive alla fine della sentenza dichiara l'improcedibilità specificando che non ritiene Valle e Vanacore innocenti, ma piuttosto rileva la mancanza assoluta di prove sui fatti loro addebitati. Una sconfitta per la Giustizia per il caso in sé; una Vittoria per i processi del futuro che dovranno essere compiuti col potenziamento della prova scientifica, sia nella testa degl'inquirenti che nei mezzi forniti dallo Stato per la scoperta certa dei delitti. Il 23 febbraio 1995, il procuratore aggiunto di Roma, Italo Ormanni, si lascia andare ad una previsione a dir poco avventata. Dice Ormanni ai giornalisti: «Abbiamo imboccato una strada che è quella giusta in due delle tre inchieste sugli omicidi di Simonetta Cesaroni, Antonella di Veroli e Alberica Filo della Torre. Quanto lunga sarà questa strada non lo sappiamo, ma speriamo di arrivare al traguardo». A questi tre delitti a tutt’oggi insoluti, per Ormanni se ne aggiungerà un quarto: il delitto della Sapienza, il caso Marta Russo.
Il delitto di via Poma rimane congelato fino al 1996, quando i genitori di Simonetta presentano un’istanza di riapertura delle indagini. La magistratura sembra voler ricominciare daccapo: vengono interrogati di nuovo tutti i vecchi personaggi dell’inchiesta, ma anche questo è un buco nell’acqua. Si torna a parlare del delitto di via Poma nell’ottobre del 2000 quando, a sorpresa, Claudio Cesaroni, padre di Simonetta, chiede l’archiviazione dell'inchiesta giudiziaria sull'omicidio di sua figlia e invita il ministro della Giustizia dell’epoca, Piero Fassino, ad ordinare un'ispezione amministrativa «perché in tutto il procedimento ci sono stati errori, omissioni e depistaggi che devono essere scoperti e chiariti». Cesaroni è convinto che le indagini abbiano puntato a coprire le responsabilità di qualcuno e si dice «sfiduciato per la mancanza di volontà da parte della magistratura e della polizia di trovare l'assassino, che è rimasto così ancora sconosciuto e libero di circolare».
Secondo il papà di Simonetta «l'indagine amministrativa - si legge nella lettera inviata al ministro - dovrebbe anche chiarire perché non siano stati fatti esami del DNA su alcune persone». Il delitto di via Poma attualmente è un caso insoluto e l’assassino è ancora tra noi.

6 gennaio 2007

SE I TERRORISTI POSSONO LAVORARE NELLE ISTITUZIONI, IVAN LIGGI DEVE TORNARE NELLA POLIZIA DI STATO


Comunicato stampa 2/07

del 3 gennaio 2007

alla cortese attenzione

delle testate stampa e organi d’informazione



Oggetto: Franco Maccari - SE I TERRORISTI POSSONO LAVORARE NELLE ISTITUZIONI, IVAN LIGGI DEVE TORNARE NELLA POLIZIA DI STATO



“Se non è più ritenuto scandaloso che ex terroristi collaborino all’interno di organismi istituzionali, è doveroso riammettere nella Polizia di Stato tutti coloro che ne sono stati allontanati per aver sbagliato con l’intento di difendere le istituzioni medesime.” Cosi, ad inizio dell’anno, Franco Maccari, Segretario Generale del Coisp, lancia per il 2007 la proposta di riabilitazione e riammissione in servizio di Operatori di Polizia, a partire da Ivan Liggi.

Susanna Ronconi, ex terrorista delle Brigate Rosse e di Prima Linea, condannata a 12 anni di reclusione per l’omicidio di militanti missini è chiamata a collaborare nella consulta per le tossicodipendenze dal ministro per la solidarietà sociale e, prima, aveva ottenuto consulenze dal ministro Livia Turco.

Sergio D’Elia, ex terrorista di Prima Linea, condannato prima a trent’anni di reclusione, ridotti a 25 in appello e poi a 12 grazie alle leggi sulla dissociazione per l’omicidio dell’agente di polizia Fausto Dionisi, è stato riabilitato nel 2000: eletto alla Camera, è stato nominato alla segreteria di presidenza di Montecitorio.
Vittorio Alvaro Antonimi, già responsabile della colonna romana delle Brigate Rosse, coinvolto nel sequestro Dozier, arrestato nel 1985, è in semilibertà dal 2000. Ha avuto “l'onore” di essere convocato a Montecitorio dalla commissione Giustizia per discutere dei problemi delle carceri.

Barbara Balzerani, la terrorista delle Brigate Rosse coinvolta nel sequestro e nell'omicidio di Aldo Moro, condannata a tre ergastoli, ha ottenuto la libertà condizionata dal tribunale di sorveglianza di Roma ed il suo caso è ora oggetto di discussione.

Ivan Liggi, agente della polizia stradale condannato a nove anni e otto mesi di reclusione per aver provocato la morte di un automobilista che nel 1997, a Rimini, tentò di sfuggire ad un controllo di polizia, graziato in questi giorni dal Capo dello Stato, Giorgio Napolitano.

“Se coloro che in passato hanno combattuto lo Stato possono essere considerati meritevoli di partecipare alla vita delle istituzioni - afferma Maccari - malgrado ne abbiano ammazzato alcuni tra i migliori servitori con azioni vigliacche, senza mai pentirsi realmente e senza mai chiedere “scusa” ai familiari delle vittime, o di tornare in libertà nonostante tre ergastoli, il COISP chiede che IVAN LIGGI, sfortunato Servitore dello Stato, possa essere riammesso nell’organico della Polizia, perché, a differenza dei criminali brigatisti e di Prima linea, è stato condannato al carcere per un omicidio scaturito durante un’operazione di polizia, quella polizia per la quale ha rischiato la vita ogni giorno.” “Di conseguenza - conclude Maccari - chiediamo che siano riviste tutte le posizioni di quei poliziotti destituiti dalla Polizia di Stato a seguito di condanne per reati commessi durante operazioni di servizio.”



Con gentile preghiera di pubblicazione e diffusione



Responsabile Ufficio Stampa: Dott. Tullio Cardona

( 349.6634961 - 328.9878858 - 041.711052 - 041.719160 fax 348.5533330 mail ufficiostampa@coisp.it